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Full text of "Babrio, le sue favole e il loro rapporto con le esopiane e con quelle di Fedro e di Aviano"

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Sì 



barbari) College iLtftrarg 




FROM THE BEQJJEST OF 

GEORGE FRANCIS PARKMAN 

(Class of 1844) 

OF BOSTON 

A fund of $25,000, established in 1909, the Income 
of which is used 

" For the purchase of books for the Library" 



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PROPRIETÀ LETTERARIA 



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t 

Prof. G. Giurdanellà Pusci 

dottore in lettere e filosofia 

BABRIO 

LE SUE FAVOLE 

E IL LORO RAPPORTO CON LE ESOPIANE 

E 

CON QUELLE DI FEDRO E DI ÀYU1I0 




MODICA 

Tip. Editrice Carlo Papa 

1901 



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Gfl A ZI 




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( ~Qj£$a &anta mèmoiia 
di 

mio jbaèìe 




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BABRIO 



le sue favole e il loro rapporto con le esopiane 
e con quelle di Fedro e di Aviano 



Egli è certo che ogni popolo nei primordi della sua 
vita intellettuale, non essendo ancora adatto a supe- 
rare tutte le difficoltà del comprendere, facilmente si 
diletta e penetra le più astruse verità morali se sono 
nascose sotto il velame d'immagini appariscenti e sen- 
sibili. È questa appunto una delle ragioni più impor- 
tanti perchè la religione, la filosofia, la politica, la 
morale nell'età primitiva ci si presentano in favolSIP»^ 
ammanto e ciascun popolo antico va altamente glo- 
rioso del suo favoleggiatore. Del dotto Bidpai, o Pilpai, 
autore del Kalila e Dimna, gì' Indiani ne fanno un 
bramino; bramino si dice il savio Vishnu Sarmu cui 
suole attribuirsi 1' Hipotadesa, ossia Libro dei Savi con- 
sigli; Locman dei diecimila apologhi, cui Maometto col 
nome al- Hakim ( il saggio ) intitola un capitolo del 
Corano, è vanto degli Arabi; fenicio è Acam. Anche 
gli Ebrei accanto alla parabola hanno la loro favo 




la (l), e da Babrio l'invenzione di questa si ascrive 
agli Assiri del tempo di Belo e di Nino (2). Non a torto 
pertanto molti dissero V Oriente la culla di questo 
umile genere letterario e vi fu chi, per essere più 
preciso, sostenne l'India, questo estremo sacrario del- 
l'alta filologia al dire d'un dotto sanscritista, esser la 
sede appunto della favola, da dove questa passò in 
Assiria e quindi in Lidia e dalla Lidia in Grecia (3). 
Quantunque tale ipotesi abbia dei validi oppositori, i 
quali sostengono la favola essere stata patrimonio co- 
mune alla razza indo-europea, epperò propria di tutti gli 
ariani della preistoria e non ancora allontanatisi dalla 
sede primitiva (4), nondimeno è certo ch'essa ebbe il 
suo primo sviluppo letterario in oriente. Si taccia pu- 
re del Pancha-tantra in lingua sanscrita, ma non si 
può negare che Esopo, l'Omero dei fanciulli, dagli El- 
leni pon entusiasmo salutato il principe dei loro favo- 
listi e a cui gli Ateniesi levarono una statua (5) e i 
Greci tutti assegnarono un posto accanto a' Sette Sa- 
pienti, si fa comunemente frigio d'origine. 

Comunque sia, fin da tempo antichissimo e prima 
ancora di Esopo, gli Elleni conobbero la favola, della 
quale si servivano per ammaestrare, allettare e cor- 



fi) Ijsro de' Giudici, IX, 8-15. 

(2) Babrio, proem. II, 1-3. 

(3) Wagener, Essai sur les rapporti qui existent entre les apologues 
de l'Inde et les apologues de la Grece, Bruxelles, 1852. 

(4) Rutherford, Babrius, p. XXV e segg. 

(5) Fedro, Fab., Lib. II, epil., 1-2: 

Aempi ingenio statua/m posuere Attici 
Servumque coUocarunt aeterna in basi* 



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- 7 - 



reggere gli animi lontani dal vero e dalla prudenza, 
indocili a seguire il buono e la virtù. Pertanto l'usa- 
rono dapprima nei loro carmi i poeti, allorquando erano 
cantori insieme e indovini, cittadini e sacerdoti; l'usa- 
rono quindi gli oratori a meglio persuadere e convin- 
cere gli uomini (1); e tutti, lirici tragici e commedio- 
grafi, oratori correttori di popoli e duci di eserciti, 
usavano ognora la favola per raggiungere sulla igno- 
rante moltitudine la desiderata meta. Ma chi tra' Greci 
perfezionò la favola fu il savio Esopo, il quale, dai 
miti tradizionali traendo l'ispirazione, seppe comporre 
il maggior numero di favole senza, forse, scriverne 
alcuna. Divenuto il tipo ideale dei favolisti, in quasi 
ogni città della Grecia egli si ebbe degli imitatori, ma 
nessuno levossi si alto da potergli stare vicino. Dove- 
vano correre dei secoli perchè il poeta Babrio, di cui 
ancora, assai più di Omero, sono incerte patria età e 
vita, arricchisse di nuovi tesori la letteratura ellenica, 
e ciò non in prosa ma coi suoi mitiambi, pe' quali dal 
Bentley fu annoverato tra gli scrittori di buona lingua, 
dal Dubner fu detto maggiore di Fedro, da altri giu- 
stamente appellato poeta primo di apologhi greci. 



(1) Quintiliano, Instit. orat., V, 11, 19; Svetonìo, De claris rheior., L 






Se opera pregevole si è stimata in ogni tempo 
conoscere la patria e la vita di chi col suo ingegno 
ha reso grandi servigi all'umanità, sembra a me assai 
lodevole il voler indagare pria d'ogni altro la vita e 
la patria di Babrio, elegantissimo favolista greco e 
nella patria nostra, per quanto mi sappia, molto poco 
conosciuto. E dico a ragione molto poco, chè in Italia 
su Babrio non abbiamo che un opuscolo del Concato 
(1), la traduzione di alcune favole del Caccialanza (2), 
qualche favola con note per le scuole dello Schenkl 
(3), e finalmente un libro del Marchiano sulla fortuna 



(1) Concato, Saggio di un testo e commento delle Favole di Babrio, 
Bologna, Zanichelli, 1884. 

(2) Romizi, Poesie greche. 

(3) Schenkl, Esercizi greci ad uso dei ginnasti; versione italiana del 
Miiller, Torino Loescher, 1884. 



I. 



BABAIO 




dei mitiambi e sull'età e patria del poeta (1). E al 
solo Marchiano invero si deve al presente il merito 
di aver fatto conoscere pel primo in Italia il gentile 
initiambista greco, da noi molto trascurato sebbene 
già da tempo in mille guise studiato, commentato e 
bellamente tradotto da dotti ellenisti in Austria ed 
Inghilterra, e più in Francia e Germania. Ma nè gli 
studi diligenti del Marchiano nè i dotti lavori d'illustri 
critici e filologi stranieri, che nella seconda metà del 
secolo, or or tramontato, senza interruzione l'uno al- 
l'altro si son seguiti, han potuto affermare alcun che 
di certo su Babrio o diradarne almeno per un po' le 
fitte tenebre che gli si addensano intorno. Egli è per 
questo che l'animo dello scrittore, proprio sul comin- 
ciare le sue geniali ricerche, è preso da vivo e amaro 
sconforto. Finché pertanto nuove scoperte e più im- 
portanti di quella del codice athoo non vengano a 
togliere dall' oscurità ^che da secoli, al pari di altri 
illustri scrittori antichi, avvolge in silenzio profondo 
il nostro favolista, incerti saranno sempre per noi il 
luogo ovebbe i natali e il tempo in cui egli visse, in 
mistero impenetrabile sarà sempre avvolta la vita di 
lui e insieme con la vita i suoi studi, le sue tendenze 
politiche, la sua condizione civile e sociale. M 



(1) Marchianò, Babrio, fortuna de* suoi mitiambi, età e patria del 
poe'a, Trani, V. Vecchi, 1899. — È bene qui notare che, mentre il dott. 
Marchiano dava alla luce il suo lavoro, per più ragioni lodevole, come 
giusl amente osservò il prof. L. A. Micnelangeli nella minuta recensione 
che ne fa ( Messina, 1 ipi della Rivista di Storia antica, 1900 ), anch' io 
studiavo talune delle questioni babriane trattate dal Marchiano. La pub- 




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- 10 - 



a) - Nome 

Financo il nome del nostro poeta è oggetto tra' filologi 
di sentenze varie e tra loro diverse, ond'egli, oltre che 
col nome di Bo%ios (1) ornai da tutti preferito, si appella- 
va ne' tempi di mezzo ràjìpios (2), 4>à(ìpios (3;, Xà(ìptos(4), 



bìicazione infatti del Marchiani* sol di pochi mesi precedette la presen- 
tazione (ott. 1899) di questo mio piccolo studio, quale tesi di laurea. 

(1) Dositeo Magister, 'EptxEveuuaTa, 1 lib. Ili, inserendo due favole 
di Babrio (84, 140 ed. Cr. ) lo appella B àppio;. — Giuliano Apostata, 
Epislulae ( ep. 58, 5 ed. Hercher ) dice all' amico Dionisio: « tòv «auSsv 
àxìóxpa; tìv Bappiou- f aX^ . . . tpaafttuxa ( 82, 1 ed. Cr. ) A VIANO, Fab* 
ep. ad Teod., p. 1 EUis: « quas (fabulosi Graecis jambis Babrius repe- 
tens in duo volumina coartavit ».— Etymol. Mag., v. o t u?a£: Bàppis;- 5;x- 

<pa£ è p.9> «««etpo; pórpy;, w; a>ay 4 v. V. inoltre «i irpwu.ivov. —IGNAZIO Ma- 
gister, nel titolo del libro delle sue favole al suo nome aggiunge sem- 
pre quello di Babrio, il qual nome é scritto diversamente nei vari codi- 
ci, ma più comunemente B àppio;.— Georgide, Onomol. ( Boisson., Anecd., 
I p. 9: Bappiou* àpxiTsVraw xaxwv «««puxtv xtX.; inoltre p. 17, 21, 31, 43, 
48, 67, 90). — SuiDA, LeXA Baflpia; r> B àppio;' pvSw; tjtoi fJwStdwtPou;. 
Vedi inoltre àuav, avw^jv, aaSfaa, fipapo;, SaTrrw, txàrroTt, txSopsv, tùXat, 
^id)v, tipa, Kauitpaia ia^à;, xvwcia;, xw>.wTyj;, xwtiXXw, xpiuvsv, vj^piinv 
xapStYiv, sotto le quali voci, ed altre ancora non poche, il Snida ci ha 
conservati molti versi coliambici, eh" egli attribuisce a Babrio, dappoiché 
alla maggior parte di detti versi egli aggiunge appunto il nome di 
Bàjìpto;, siccome nome dell'autore. 

(2) Cosi li codice Gudiano e il Parigino 2571: raPptov» *ExXyiv«; ti- 
TpaaTi^a; così il Parigino 1788: Tappiou tv emToafi TtTpàart^ot eauPot. 

(3) Il codice Parigino 522: 4>aPpto\» p.u3oi Sta TtTpaarfewv. 

(4) Il codice Cantabrigense 680 hall tetrastici sotto il nome diXàppto;: 



11 - 



Bxpptas (1), raPpi'as (2), BaXépios Bappios e Bappios Bx- 
Xépio; (3), BaXé^pios (4) e con altri nomi ancora (5). Fa- 
cile si è il comprendere come sia nata la varietà 
dei primi nomi: l'iniziale nei manoscritti si è confu- 
sa, interpretandola ora come B ora come r (6), 4>, X. 
La finale as poi per o; mostra che oscillante si fu il no- 
minativo greco del nome del poeta. Il genitivo singolare 
in o'j, infatti, dice che il nominativo potè essere be- 
nissimo tanto in &q quanto in oc. Del resto non man- 
cano di tali esempi in greco, e Gordio, nome di re 
della Frigia, ha accanto alla forma comunissima Top- 



to3 XaPpfou TcTpàmya. — A Xà^pio; sono intitolati i 44 tetrastici del co- 
dice di Copenhagen (Hafniensis codex, additam. 275): Xa^ptou «auSoi h 
£?riToux.-Il parigino 2991 ha pure Xàppis; accanto alla correzione Bifipto;. 

(1) Vedi pag. 10. nota 1, Suida.— Tzetze, Ch. Xm, 257 e segg.: oi 
izctXaioì òrpprai *|àp, oxnrgp Bappia; spassi £v 4 uu2Jiau.pot; toT; ycoXot; . . . 

(2) Un manoscritto Monacense, v. Knock, De Babr. fab., p. 10. 

(3) li codice Harleiano 3521. che delle favole di Babrio contiene 
solo la 58 ( ed. Crusius ), ha per intestazione di detta favola: Bapptou — 
BaXsptsu ywpiau.flixsì <m*/oi ì% t£>v Acatórou uuSwv. 

(4) Il codice Athoo hfl per titolo: PaXtpptou (xuStajx^ot atawiritot xarà 
aro 17. t?ov. 

(5) Così si legge Bàafjpio; in Zonara, Lex., "Hia; «fcafiuo; in un ma- 
noscritto Laurenziano di Giuliano, LVIII, 16; Bpàgpto; nel manoscritto 
Berolinese 46, 4 e Brabrius in uno Bodleiano di Aviano ( cfr. Av., ed. 
Eli., p. 1 ); Brachius nel Parigino 13206 ( Av., ed. Eli., p. 1; knock, De 
Babr. fab., p. 10 ); Dabrius in un manoscritto della Biblioteca Reale di 
Parigi (Knock, De Babr. fab., p. 11, nota); Labrius in uno di Aviano 
della Bodleiana ( Av., ed. EU., p. 1 ). 



(6) Schoell, Istoria della Leller. greca profana, tradotta da E. Ti- 
paldo, Ven., Voi. IV, part I, p. 71. 




12 - 



Sios anche la forma ropoVas (1), Porsenna oltre a nop^. 
va? ha nop<jtva; e noparvoc, ecc. In quanto al nomeBa)i- 
ptos è probabile che sia nato da Bifyiog, come, sebbene 
con prove poco soddisfacenti, volle dapprima il Tyr- 
whitt e dipoi il Werner (2). Comunque sia, è certo che 
l'unica volta che il troviamo adoperato, desso si trova 
unito con Bàjìpios, onde non a torto da molti si volle 
chiamare il nostro favolista BaXéptos Bà^pto? o Ba^pio* Ba- 
Xépios. Indifferente è l'adoperar l'uno o l'altro di questi 
due modi, siccome abbastanza rilevasi dal codice Harleia- 
no, ove appunto trovatisi unite le due voci. Il corret- 
tore del manoscritto, volendo dare all'unica favola di 
Babrio, ivi conservata, l'intestazione BaXspt'oo Ba£pto\>, 
arrivato all'è del primo dei due nomi, mutato avendo 
pensiere, cancellò la parola incompleta, scrisse solo 
Bappfou e quindi cominciò una seconda linea 

BaXeptou ytùpicc^uol (jxlyoi èx tcov At<rw7uou [ai&cov (3), 

intestando cosi l'intera citazione col solo nome di B%- 
(ìp£ou, al quale fece seguire invece di precedere, la vo- 
ce BaXeptou. In quanto infine alla formazione del nome 
Ba>i(ìptos del codice athoo, le spiegazioni, che se ne 
dànno, non sono ancora molto soddisfacenti. Suppone 
infatti il Werner (4) che il genit. BaXsfynou sia nato 



(1) In Erodoto la forma di genit. To?òUu> ( I 14, 35, 45; VIII 138) 
rivela appunto un nomin. in %% (ion. mod.) o a; (att. ). 

(2) Tyrwhitt, De Babr. fab. script, p. CCIIL— Werner, Quaestio- 
nes babrìanae, Berol., 1891, p. 10. 

(3) Rutherford, Babrius, London, 1883, Introd., p. XIX. 

(4) Werner, Quaest. Babr., p. 10. 




dall'avere il copista, in seguito a Bate-, prima parte 
della parola BaAsptou, scritto per isbaglio -{ìpiou inve- / 
ce di -piou, e ciò a causa della "somiglianza delle sil- 
labe. Né col supporre questo, egli s'avvide della stra- 
nezza alla quale andò incontro, dappoiché, volere o 
no, è costretto ad ammettere che lo sbaglio del copi- 
sta, una volta commesso, giammai si sia conosciuto 
per tale, pur essendo la parola una sola volta scritta 
e questa volta, per giunta, a designare V autore di 
un'ampia e ben importante collezione di favole. Un 
po' più soddisfacente pertanto sembra la spiegazione 
del Crusius e del Rutherford (l), i quali, supponendo 
qual vero nome del poeta BaCktpiog Bajìpioc, vogliono 
che la forma BzXzfyiou sia nata dal concorso dei due 
genitivi 

BAAE[PIOT BA]BPIOT 

colfeliminazione cioè del -piou finale della prima pa- 
rola e del (k- iniziale della seconda. 

Ma fra tanta varietà di nomi Bafynoi;, come già 
dissi, è il più preferito, sebbene anche valorosi critici 
stiano più per Ba>ipto; Bifìpioì; (2) ed altri per Bafìpias 
(3). E Bsfìpios invero è da preferirsi, sia perchè con- 
fermato da un numero maggiore di codici, babriani o 



(1) Crusius, De Babrii aetale, Lips., 1879, p. 192. — Rutherford, 
Babrius, Intr., p. XIX. 

(2) Crusius, De Babr. aet., p. 191. — Rutherford, Babr., p. XIX. 
— Vedi, inoltre, per altri Marchiano^ Babrio, fortuna (lei suoi mitiambi, 
ecc., p. 24 e seg. 

(3) Vedi Marchiano, op. cit., p. 24. 



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-li- 



no (1), sia perchè può stare senza esser unito a BaXéptoc 
mentre BaXéptos non si trova da solo ma in unione con 
Bafìpios, sia perchè, a differenza di Bafìpiac, risponde 
meglio air indole della lingua latina e il poeta con 
molta probabilità non fu che un italiano dei primi 
secoli di Roma imperiale. 

b) Patria 

Ma se pel nome, con la forma Bs(ìpio*, si è ornai 
pervenuti a determinare con quasi certezza il vero 
nome del poeta, che da secoli se ne stava in veste 
non sua, mutilato tutto e quasi sconosciuto, lo stesso 
non può dirsi della sua patria. 

Assai discordi sul riguardo sono le opinioni degli 
illustri filologi che con intelletto d'amore hanno stu- 
diato l'argomento non perdonando a fatiche. Nessuno 
di loro ancora ha potuto accennare a città alcunà, 
che potrebbe menar vanto di aver dato alla luce il 
principe poeta favolista greco, e le congetture pertanto 
mirano solamente a designarne il paese. Chi lo dice 
nato sotto il limpido cielo d'oriente, chi afferma in oc- 
cidente esser nato e cresciuto; chi il vuol sirio e chi 
egizio; chi greco e chi addirittura italiano, latino. La 
scoperta preziosa del codice del convento di Ibiros sul 
monte Athos se affermò vieramaggiormente. l'esistenza 



(1) Vedipag. 10, nota 1. — Inoltre Celsius, Babrii Fabulae Aesopeae, 
Lips., 1897, p. XXIV e 254 e segg. 



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-15 - 



di Babrio e arricchì la già gloriosa ed illustre lettera 
tura greca della favola in versi, nulla aggiùnse però 
di certo sulla patria di lui, sicché tutto rimase av- 
volto nel primitivo mistero e solo all'acuto critico si 
offrì il destro di metter fuori delle nuove e sempre va- 
ghe ipotesi, lontane forse le mille miglia dalla verità. 

E qui due schiere di letterati illustri, fra' quali 
invero, sino a pochi anni addietro, faceva dolore non 
trovarsi alcun figlio d'Italia (1), la terra classica per 
eccellenza, dividonsi il vasto campo delle congetture. 
Non fo cenno di chi, fondandosi con non fine criterio 
sulle poche notizie dateci dalle favole, con speciosi 
ma deboli argomenti fa di Babrio o un poeta greco - 
egizio (2) o un poeta romano -greco (3). 

Dalle due schiere di eruditi la più numerosa è 
quella che opina Babrio essere siro di nazione. Non 
pochi per vero sono gli argomenti, più o meno inge- 



(1) Il primo, infatti, come si è detto precedentemente, e il solo che 
ha trattato sin'ora in Italia dell'età di Babrio è il Marchiano col suo 
libro, comparso nel 1899 co' tipi del Vecchi di Trani del titolo: Babrio, 
fortuna dei suoi miliambi, età e patria del poeta. 

(2) Così pensa lo Schneider, Jenaer L. -Z. 1845, p. 531, suppo- 
nendo a torto, come bellamente confutò il Crusius, De Brabr. aet., p. 132— 
133, l'Alessandro del secondo prologo esser figlio di Antonio e Cleopatra. 
— Così il Werner, Quaest. Babr., p. 22, il quale dalla fav. 72, — la 
cornacchia superba vestita delle altrui penne, — perché ivi non si parla 
del pavone, animale secondo lui ignoto agli Egizi, deduce a torto Babrio 
esser fiorito in Egitto più che in Italia o in Grecia. — Vedi inoltre, sul 
proposito, Marchiano, Babrio ecc., p. 66 ( ove, certo per isbaglio, il 
Zachariae è tra' sostenitori di questa ipotesi, mentre prima è {.scritto, e 
giustamente, tra' sostenitori di Babrio siro ), e ancora 76-77, 81, 93-94. 

(3) Così il solo Marchiano, Babrio ecc., p. 95-101, sebbene la sua 
conclusione pare che scenda da premesse tra loro contradittorie. 



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— le- 



gnosi, per sostenere siffatta asserzione, ma già tutti 
come casa su sabbia sen vengono giù con grande fa- 
cilità, lasciando nell'animo un vuoto che nasce al pen- 
sare che per patria si ascrive a Babrio un paese che 
egli forse giammai vide e pel quale forse, come figlio 
devoto, giammai palpitò d'amore. 

Siccome adunque al principio del secondo proemio 
(l) il poeta con piacere pare rivendichi ai Siri l'inven- 
zione della favola, si conchiuse da parecchi che Babrio 
dovett'esser siro (2). Curioso davvero! poiché, del pari, 

(1) Babrio, proera. II, 1 e segg. (ed. Crusius, da me seguita in 
ogni indicazione di Babrio ): 



Dal contesto di questi versi apparisce evidente che, essendo Nino 
e Belo nomi di re Assiri, più che Supwv dovrebbe dirsi 'Aaaopiwv. Se 
non che siccome il nome Sopfa presso i Greci e i Latini, oltre che ad 
indicare in senso stretto la regione dell'Asia, che bagnata dal Mediter- 
raneo, sen giace tra la Cilicia e la Palestina, si adoperava anche a com- 
prendere in senso più largo i paesi sino al Tigri, e quindi la Mesopota- 
mia la Babilonia e l'Assiria (Cic, Tusc, 5, 101; Svet., Caes., 22; Erod., 
VII, 63), così potrebbe intendersi qui la Siria per l'Assiria. Ma però 
da questo non deve inferirsi che Babrio sia stato assiro, nessun critico 
sino ad ora essendoci che abbia messo innanzi una tale ipotesi. 

(2) Schneidewin, Fix in Crusius, De Babr. aet. f p. 130-133.— Ba- 
brius, Fables, trad. par Sommer, rem par Fix, Paris, Hachette, p. IL 
— Hertzberg, Babrios, p. 184 e seg.— Zachariae, De diclione babriana, 1 
p. 24, ammette senz'altro Babrio oriundo di Siria ma vissuto in Ales-J 
sandria. — È bene osservare poi che, dicendo molti vecchi scrittori (Crus., 
De Babr. aet,, p. 147) l'Asia Minore e la Cirenaica, e non la Siria, es- 
sere state la patria di moltissime favole, dalle parole di Babrio questo», 
si può dedurre di certo, che, secondo lui, la favola nacque in oriente e 
dall'oriente passò in Grecia e in Libia. 



2up(ov waXatwv s<rrtv sopea' àvSpwxwv, 
oi wpiv ttot' raav ini Nivou Te xaì BrXou. 




- 17 - 



"siciliano dovrebbe dirsi chiunque, pur non nato nè 
vissuto in Sicilia, seguendo verità affermerebbe che 
la bucolica, bella per sincerità di sentimento e mo- 
venza di affetti, ornata de' più smaglianti colori, fu 
geniale creazione della ridente e fertile Sicilia, sospiro 
in ogni tempo di genti estranee.— Altri pretese spiega- 
re la nazionalità sira di Babrio e dal nome Branco (1) 
siriaco d'origine e assai celebre nelle religioni del 
mondo orientale, e dalla conoscenza degli Arabi po- 
poli limitrofi alla Siria e con questa in continuo com- 
mercio, e finalmente dall'intima conoscenza degl'istinti 
e delle abitudini degli animali, introdotti nelle favole, 
istinti ed abitudini che riflettono da vicino il carattere 
e le tendenze dei Siri (2)i— L'aver supposto poi il re 
Alessandro (3) padre di Branco e l'istesso che Baia re 
di Siria, l'onorare la dea Venere coll'accender fiaccole 
(4) a mo' degli antichi asiatici, il ravvisare a torto 
amare reminiscenze e risentimenli ostili pdr inimicizie 
dei Siri coi vicini popoli (5), il trovare delle corri- 
spondenze tra la lingua di Babrio e quella della ver- 
sione dei Settanta e degli scrittori del N. T., e final- 
mente il travedere un Tolomeo Fiscone nel buon leone 
che affabile si mostra con tutti gli arrivati alla sua 



(1) Babrio, proem. I, 2, 10; 74, 15. 

(2) Fix in Crusius, De Babr, aet, p. 131 e seg., e anche in Ba- 
brius, Flabes etc, ove Fix dice Babrio siro, ma greco di nascita. — Du 
Méril, Poésies inédiles précedées d'une hutoire de la falle Èsopique, p. 
47.— Heckeb, PhiloL, 1850, p. 488.— Hertzberg, Babrios, p. 185. 

(3) Bab., pr. II, 1. 

(4) Bab., 10, 6. 

(5) Bab., 57. 



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- 18 - 



reggia (1) fece dire ad altri che Babrio nato e cresciuto 
in Siria abbia passato poi parte de' suoi giorni alla 
splendida corte della giovine Alessandria, centro allora 
di vita intellettuale e sorta quasi a raccogliere nel 
Museo e nel Serapeo, sotto la sferza dell'ardente sole 
africano e all'ombra della magnificenza dei Tolomei, 
l'illustre retaggio dell'ellenica letteratura (2). — Altri 
finalmente diedero per patria a Babrio la Siria, sia 
perchè nei mitiambi di costui si parla entusiastica- 
mente del mar Eritreo (3), come se questo mare ap- 
punto fosse noto a quei tempi ai Siri soltanto e non 
all'Europa ancora, la quale, con AgatarchideCnidio, 
Pitagora e Aristofane, le terre attorno a quel mare 
già celebrava siccome isole di beati; sia perchè si 
credette Branco oriundo della dinastia dei Selencidi, 
dinastia dominatrice per parecchi secoli della Siria 
dopo la rovina dell'effimero impero d'Alessandro Ma- 
gno (4). 

Con argomenti a mio giudizio alquanto più validi 
è sostenuta la romanità di Babrio dai dotti dell'altra 
schiera, invero meno numerosa della prima ma più 
fortunata. Ottone Crusius fra questi dotti si leva emi- 
nente e con solidità di erudizione ha saputo spuntare 



(1) Babrio, 106. 

(2) Du Mérii., Poés. inéd., p. 45-47.— Maennel, De Babr.aet., (Phi- 
lol, voi. XXIX. p. 169 e seg.).— Hertzberg, Babrios, p. 185-189.— Inol- 
tre FlX, SCHNEIDEWIN, KELLER, WAGENER, HERMANN ed altri ili CRUSIUS, 

De Babr. aeL, p. 180 e segg. e in Marchiano, Babrio, ecc., p. 67-81. 

(3) Bab., 115, 7. 

(4) Keller, Gutschmid, Bucholtz ed altri in Crusius, De Babr. aet., 
p. 145-157 e in Marchiano, Babrio ecc., p. 67-81. 




- 19 - 



le armi agli avversari sì da cattivarsi a prò della sua 
tesi P animo dello studioso imparziale. Però per un 
definitivo giudizio è giusto desiderio di tutti che la 
risurrezione di nuovo prezioso manoscritto venga a 
restituire al nostro favolista i dritti patrii concultati- 
gli da chi per necessità di cose è costretto navigare 
fra incertezze ed errori. Se è proprio dei poeti di fa- 
vole vivere per lungo tempo oscuri ed ignoti, che 
avvenga almeno pel poeta greco quanto avvenne pel 
grande favolista latino, il quale per la parte sua in 
questo secolo soltanto (1) potè finire di ripetere tra il 
dolore e lo sdegno il famoso verso di Vergilio 



Ottone Crusius adunque* seguendo altri illustri pre- 
decessori, che vollero Babrio latino di nazione e di 
lingua, onde gli diedero financo il prenome di Valerio 
(2), dopo aver resi vani nella sua dotta monografia 
« De Bàbrii aetate » gli argomenti contrari alla roma- 
nità di Babrio, si studia a dimostrare con ardore la 
sua ipotesi. Né, dopo circa 20 anni (3), in lui è venuto 



(1) Il manoscritto del Pithou fa ritrovato nel 1830. 

(2) Boissonade, Hermann in Crusius., De Babr, aet, p. 128.— DOb- 
ner, (Aniraadversiones) criticae de Babrii ^oSiaapot;, Paris, 1844, p. 19.— 
Rutherford, Babrius., p. XIX asserisce: a there is good reason to be- 
lieve that the mythiambist has a right to Valerius as well as to Babrius »* 
E più innanzi egli stesso dice Babrio addirittura italiano, pag. cit.: 
« The name is essentially Italian, and . . . his title to Italian nationa- 
lity is secured beyond dispute ». 

(3) La monografia « De Babrii aetate » fu pubblicata in Lipsia, 1879. 



« Hos ego versiculos fecit, tulit alter honores ». 



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- 20 - 

meno il persistere nella sua prima congettura; solo 
oggi, smesso avendo il giovanile entusiasmo e non o- 
stante gli appunti talora giusti fattigli da nuovi amanti 
del mitiambista (1), egli si contenta modestamente as- 
serire che Babrio ha un nome romano e che com- 
pose le sue favole al tempo degli imperatori romani 
(2). — Molteplici e pazienti investigazioni lo indussero 
a tale ipotesi: la proprietà della metrica babrianache 
pare scaturita dall'arte metrica latina, i copiosi vestigi 
di lingua latina e del parlare dei poeti romani che si 
riscontrano di frequente nelle favole, Tesser molte di 
queste d'origine italica, le istituzioni di vita pubblica 
romana cui si accenna spesso da Babrio, il cui nome, 
oriundo a simiglianza di altri da voce latina, rappre 
senta una delle genti di Roma gloriosa (3). 
Cosi della patria del nostro poeta. 

c) Età 



Se poco si sa della patria di Babrio, non molto di 
più si conosce del tempo in cui egli fiori. Eppure im- 
portante e preziosa è tale ricerca, dappoiché qualsiasi 
opera letteraria è sempre un prodotto dei tempi, i 
quali ognora esercitano notevole influenza sui senti- 



(1) Werneb, Quaesl. babr., p. 11 e seg. 

(2) Crusius, Brabrii Fabulae Aes., p. XXVII. 

(3) Crus., De Babr, aet., p. 164 - 192, - Inoltre Marchiano, Babrio 
ecc., p. 81— 85» 



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- 21 - 



menti e le passioni dei popoli, sulle manifestazioni 
pili pure e gentili dell'intelletto e del cuore, sull'animo 
degli scrittori. È lo scrittore appunto lo specchio fe- 
delissimo dei tempi, l'interprete verace delle condizioni 
morali e sociali della patria sua. Ciò non di manco 
intorno a Babrio quante discepanze ! Le congetture 
sull'età di lui sempre più si moltiplicano e noi nel- 
l'assegnare il tempo della sua vita ci si perde tra il 
lungo periodo di ben più di 600 anni, che tanti ne cor- 
rono dal IV secolo a. C. al III dell'era volgare. Se sia 
vissuto poco o assai, in quale anno sia nato e in qua- 
le morto, tutto è buio fitto ed incertezza. 

Sorvolo intanto all'ipotesi di chi vuole Babrio fio- 
rito tra il IV e il primo sec. a. C. (1), nè mi fermo a 
rammemorare 1' ipotesi di altri che il dicono vissuto 
tra il IV sec. a. C. e il I dell'era volgare 4 (2), dappoiché si 
F una che F altra ipotesi, abbracciando un periodo 
di tempo assai lungo, lasciano lo studioso del tutto in- 
certo nel precisare gli anni del fiorire del nostro 
poeta. — Tra le altre molteplici congetture poi non 
so comprendere come mai si possa ammettere F esi- 
stenza di Babrio nel IV sec. a. C. e innanzi Callimaco 
di Cirene, il quale visse nel 250 delFera volgare o in 
quel torno (3). Dagli etoVXXta di Babrio infatti, cosi fu- 
rono chiamate da un dotto inglese le favole babriane 



(1) Knock, De Babr. Fob. et fab. frag., 1835, p. 26. 

(2) Orelli e Baiter, Babr. fab., Praef., V-VL 

(3) Bergk e Wàgener in Werner, Quaest. babr., p. 3. e in Cru- 
sius, De Babr. aet., p. 133-136. — Wagener, Essai sur les rapports 
qui existent entre les apologues etc, p. 14 e seg. 




— 22 — 



giusta l'etimologia della parola, bellamente si deduce 
che s'egli, seguendo l'altrui esempio, bevve come a 
pure fonti nei poemi immortali del meonio poeta, nei 
drami sublimi dei tragici e commediografi dei tempi mi- 
gliori di Atene e nelle più belle poesie dell'aurea età detta 
letteratura greca, pure nella sua lingua egli ci mostra 
tracce evidenti e copiose di un'epoca di decadenza let- 
teraria, tracce che dai poeti alessandrini ci conducono 
via via agli scrittori del II e III sec. di Cristo e forse 
più tardi (1). È poco serio poi il dire Babrio vissuto 
prima di Callimaco, solo perchè questi, dietro l'esempio 
del resto di altri poeti anteriori, nelle sue poesie in- 
trodusse delle favole in verso coliambico, delle quali 
favole coliambiche Babrio si dice giustamente inven- 
tore (2), nessuno avendo prima di lui trattata la fa- 
vola in versi come peculiare genere di componimenti 
in poesia, ma soltanto quale ornamento dei propri 
poemi (3). — Alcuni, poggiati sulle poche notizie stori- 
che, che credono nascondersi sotto il velame etico 
della favola, stimano che Babrio sia fiorito in quei 
tempi assai tristi in cui si mandava l'ultimo sprazzo di 



(1) Zachariae, De dict. babr., p. 4-16. — Rutherford, Babrius, Intr. f 
p. LVI e seg. 

(2) Babrio, proem. II, 6-10: 



gtayjX^ov &XX01, 

(3) Esiodo, v Ep-^a xaì raspai, lo sparviere e V usignolo, 30&-12. — 
Archiloco, Fragm.\ l'aquila e la volpe. 





- 23 - 



luce dal greco valore e con la morte dell' ultimo dei 
Greci, il savio e valororo Filopemene, e con la distru- 
zione di Corinto, ultimo baluardo del sentimento na- 
zionale, sotto gli artigli delle aquile romane si spe- 
gneva per sempre la libertà ellenica (1). Se non che 
la favola dei cani e dei lupi, alla quale si riferisce 
la precedente congettura, pe' suoi particolari un po' più 
determinata della simigliante favola di Esopo, poiché 
in questa non si fa accenno alcuno al duce acheo dei 
cani (2), da Babrio distinti in cani di Creta, della 
Molossia, dell' Acarnania, della Dolopia, di Cipro e 
della Tracia, se ci permette da una parte di supporre 
che Brabrio potè vivere al tempo della lega achea o 
dopo di questa, dall' altra non ci toglie il diritto di 
credere ch'egli potè comporre la favola a fatti com^ 
piuti e quindi anche parecchi secoli dopo il glorioso 



(1) Keller in Werner , Quaesl. babr., p. 23 e in Crusius, De Babr. 
aet., p. 147-52.— La congettura del KeUer (1862), con questi ed altri 
argomenti a mio parere più deboli, fu seguita dal Gutschmid (1863), dal 
Maennel (1870) ed altri; cfr. Crusius, De Babr. ael. t p. 152-157. — Il 
Leveque, Babrios, p. 8, fa vivere Babrio, non so su quali prove appog- 
giato, nel 150 a. C; il Vannucct, Studi intorno alla Lelterat. lat, To- 
rino, 1854, p. 334, senz'altro nei 130 a. C— H Corais poi il fa vivere 
ai tempi di Bione (200 a. C.) e Mosco (un po' più giovane di Bione): 
cfr. Schoell, Storia della Letter. greca, tradotta dal Tipaldo, voi. IV, 
pari I, p. 70; mentre lo Schoell, op. cit., voi. II, part. I, p. 47 lo fa 
vivere tra il 150 e il 50 a C— Il Berger , ifa #r. mylh., lib. Ili, pref., p. 
XIV, lo dice contemporaneo di Siila; il Cannegieteb, infine, Ad. Avian., 
praef., p. 8, dei due Babri ch'egli volle stranamente vedere nelle due 
varianti, Babrio e Babria, ammette l'uno fiorito innanzi a Fedro, l'altro 
dopo Aviano. 

(2) Babrio, 85 — Esopo, Ed. Halm, 267. 




avvenimento. Nulla pertanto di certo si può dedurre 
dalla detta favola, la quale, come bene e minutamente 
osserva il Crusius, in nessuna parte quadra con la lega 
achea. — Né sodisfa punto l'affermazione di coloro che 
vogliono Babrio fiorito dopo Catullo, cioè dopo il 53 
a. C, e quindi presso l'era volgare o, al più, ai primi 
anni di questa. In verità il loro ragionamento è poco 
fermo, puchè poggiato sulle due osservazioni metriche 
— che Babrio adoperò più d' una volta nella prima 
sede del verso coliambo l'anapesto, il che, a differenza 
di Petronio Persio e Marziale, Catullo in 120 coliambi 
neppure una volta si permise, — e che nel quinto 
piede egli, a mo* dei latini, quasi mai mutò il giambo 
in ispondeo (1). Son ragioni queste che nulla dicono 
di preciso, dappoiché se la prima ci permette di poter 
supporre il poeta contemporaneo o posteriore, anche 
di secoli, ai tre poeti latini sunnominati, la seconda 
non toglie di farlo anteriore, anche di secoli, ai tre 
poeti e a Catullo ancora e cosi di spingerlo fino al 
IH secolo a. C, al tempo degli alessandrini, i quali, 
siccome Babrio giammai nel quinto piede del verso 
giambico si permisero di sostituire lo spondeo al giam- 
bo originario. — Dalla Epistula ad Theodosium di A- 



(1) Dubner Animadvers. criticete de Babr. ^uStàafkt;, p. 19— SO, e ia 
Crusius, De Babr. aet., p. 129. — H Du Méril, Poés. inéd., p. 50, per 
la lingua e lo stile, elementi invero che, da soli, spessissimo non bastano 
a precisare l'età di un uomo, vuole Babrio vissuto nel secolo di Augusto; 
e in questo secolo il vuole lo Schneider, malamente supponendo ( vedi 
p. 15, nota 2 ) figlio di Antonio e Cleopatra l'Alessandro di cui parla 
il poeta nel sec. prologo. 




- 25 — 



viano poi, ove Babrio è nominato prima di Fedro (1), 
non si può così facilmente dedurre, come saggiamente 
fu notato, l'esistenza dèi poeta greco innanzi a quella 
del liberto latino (2). — Adunque sembra assai proba- 
bile che la vita del nostro favolista greco più che in 
altro tempo debba ascriversi nei primi secoli dopo 
l'era volgare (3). 

Ma assai pochi sono i sostenitori di Babrio che il 
dicono vissuto il I secolo di C, dopo Fedro cioè o 
poco dopo ai tempi di T. Flavio Vespasiano. , 

Gli argomenti di costoro invero non sono sì con- 
vincenti da costringerci ad esser benigni verso un' i- 
potesi, che a primo aspetto ci si presenta con qualche 
apparenza di verità (4). Le loro ragioni mètriche sono 
le già accennate del verso coliambo; per le ragioni 
storiche, oltre l' appoggiarsi vanamente su presunti 
versi di Babrio che si leggono in Apollonio Sofista 



(1) A viano, Episl. ad Theod.: u Quas ( fabulas Aesopi) Graecis j am- 
bi* Babrius repentens in duo volumina coartavit; Phaedrus eliam pattern 
aliquam quinque in libellos resolvit ». 

(2) Schneidewin (1845) in Crusiijs, De Babr. aet, p. 128. — Fu 
seguito dal Weise, Babr. Fab. ChoL, praef., p. V-VI, e con nuovi ar- 
gomenti dall'HERTZBERG (1846), Babrios, p. 188 e segg., e quindi, dai 
seguaci dell 1 Hertzberg, Hecker (1850), Epist. crit. ( Philol., V, p. 488 
e segg. ), e Polyla (1859), e H Alaw^sio; oiXoaocpta jctX. — Così pensa 
anche il Kopp, Compendio della Storia della Letter. greca, Drucker e 
Tedeschi, Verona, 1884. 

(8) Per maggior numero di notizie cfr. Crusius, De Babr. aeL, p. 
128-157; Marchiano, Babrio ecc., p. 25-43. 

(4) Lachmann ed altri, cfr. Crusius, De Babr. aet., p. 136 e Werner, 
Quaesi. babr., p. 25. — Prima del Lachmann e come lui pensò il Tyr- 
whitt, De Babr. fab. script., p. CLXI. 




— 26 — 



(1), si sospetta da loro che il re Alessandro, di cui parla 
Babrio (2), sia un pronipote di Erode il Grande di 
nome Alessandro, non della dinastia dei Seleucidi, co- 
me a torto si suppose (3), ma sibbene d'illustre casato 
della Giudea (4), e creato da Vespasiano governatore 
della Cilicia (5). — Il li sec. dopo Cristo infine, e pre- 
cisamente nel suo tramontare, è il secolo nel quale più 
probabilmente che in altro tempo^ Babrio allietò dei 
suoi versi e delle sue favole la corte del re Alessan- 
dro, del cui figlio il poeta in forma soave instillava 
nel giovinetto cuore quei sani precetti morali, che fanno 
più facile e men dura la vita dell' uomo tra il con- 
sorzio civile. Né per sostenere tale congettura bisogna 
avvalersi df queir argomento assai debole, pel quale 
Babrio dovrebbe ascriversi al II sec, appunto perchè 
Plutarco e gli altri scrittori del secolo precedente 
tacquero di lui (6): cosi ragionando nemmeno al II 



(1) Crusius, De Babr. aet. t p. 136; Marchianò, Babrio ecc., p. 
43 e seg. 

(2) Babrio, proem. II, 1. 

(3) Bucholtz, cfr. Crusius, De Babr. aet., p. 157. 

(4) Giuseppe Flavio, 'IouSaixri 'Apy.atXofia, lib. XVIII, c. V. 

(5) Anche il Dareste, Babrios et la fable grecque ( Rév. de Deux 
À/oìides, 1846, t. II, p. 260 e segg.), il Werner, Quaest. babr., p. 25, 
lo Zambaldi, Metrica greca e latina, Torino, Loescher,. 1882, p. 336, 
vogliono Babrio vissuto nel I sec. d. C. 

(6) Fix, cfr. Crusius, De Babr. aet. t p. 132. — L 1 Eberard, Babr. 
Fab., BeroL 1875, p. IV e seg., per la lingua elegante e il costante 
accento sulla penultima del verso, molto indeterminatamente fa vivere 
Babrio nei primi secoli d. C; V Inama invece, Letter. greca, Hoepli, Mi- 
lano, 1898, Prospetto, restringendo il tempo, il fa vivere tra il I e il II 
sec. d. C. — Il Cobet, De Arie interp., p. 71 e 154, e il Naber, De 




- 27 — 



sec. egli potrebbe a scriversi, perchè di lui non parla- 
rono neanco gli scrittori di questo secolo. Nè vale in 
tutto l'accurato studio fatto sulla dizione babriana (l) T 
trovandosi nelle favole molti elementi comuni all'antica 



e alla più tarda grecità, per il che Babrio come po- 
trebbe assegnarsi nei primi secoli a. C, così nessuno 
potrebbe impedire di assegnarlo nel III sec. d. C, ed 
anche in un'epoca più tarda. — È il Pseudo - Dositeo 
(2) colui che, a mio parere, rischiara un po' le fitte 
tenebre, che avvolgono l'età del nostro favolista, e che 
però ci offre al presente l'argomento più valido e si- 
curo a determinare con qualche precisione 1' epoca 
della vita del poeta. La Genealogia d'Igino infatti, ch'e- 
gli dice avere scritta sotto il consolato di Massimo ed 
Apro, cioè nell'anno 207 di C, s'è vera questa data, 
c'induce ad affermare con quasi certezza che nel detto 
anno o in quel torno le favole di Babrio erano già sì 



fab. Aes. ( Maemos., IV, a. 1876, p. 401 ) seguono presso a poco l'o- 
pinione dei Fix. Gii argomenti del Naber, in parte zoologici in parte 
metrici, sono assai bene confutati dal Crusius, De Babr, aet., p. 158-163. 

(1) Zachariae, De dici, babr., Lips., 1875. 

(2) Il ZACHARrAE, De dici, babr., p. 1, e con lui molti altri nello 
scrittore degli 'EparjvsuaaTa vogliono vedere il grammatico Dositeo, che 
nei primi del III sec. d. C. fu pubblico insegnante in Roma e fu so- 
prannominato il Magister. Più giustamente il Bucherie, seguito dai Cru- 
sius ( De Babr. aet 9 p. 238, n. 2) ritiene che lo scrittore degli e EpaY ( v*ó- 
aaTa non sia stato Dositeo, a cui nemmeno vuoisi attribuire la Genea- 
logia d'Igino ( Crus., Babr., p. 3; De Babr. aet., p. 240 ), ma solo la 
grammatica che va sotto il suo nome ( Crus., De Babr. aet, p. 5sS8, n. 
2 ). Il Krumbacher e il Michelangeli giudicano quale autore degli 
*EpfXYiveu»xaTa un anonimo del principio del III. sec. ( L. A. Michelan- 



geli, D'uno studio italiano su Babrio ecc., Messina, Tip. della Riv. Ant., 
1890, p. 4 ). 




— 28 - 



conosciute ed ammirate da essere scelte a modello di 
studio per giovani scolari. E ciò perchè nel libro terzo 
degli c Epp)veu[/.aTa, ai quali si trova aggiunta la Ge- 
# nealogia d'Igino onde si pensò che gli 'Ep^veu^ara e 
la Genealogia fossero dello stesso autore, si trovano 
inserite due favole intere di Babrio (1) e desse, al 
pari della Genealogia, in greco e latino per ammae- 
stramento dei greci fanciulli, studiosi della lingua del 
Lazio. Or se le dette due favole furon tratte da un' e- 
dizione babriana, regalata al pubblico nel 207 (2), è 
uopo ammettere che in quell'anno Babrio fosse oramai 
in età da rallegrare di suoi dolci versi la società d'al- 
lora. Il che del resto come non toglie che la edizione 
delle favole avesse potuto essere conosciuta parecchio 
tempo innanzi e che Babrio quindi fosse letterariamente 
fiorito molti anni prima del 207, cosi anche non toglie 
che le due favole, anzi tempo note agli amici, solo più 
tardi fossero state messe a far parte della edizione, 
che potè posteriormente veder la luce, e che però Ba- 
brio avesse potuto vivere parecchi anni dopo il 207. 
Se adunque Babrio, da quanto si è detto, non si può 
ascrivere per manco di validi argomenti né avanti 
l'era volgare nè nel primo secolo di Cristo, né, per la 



(1) Le due favole intere di Babrio, inserite negli 'EpuTmuuaTa sono 
la 84 e la 140 ( Crusius, Babrius ), quella, cioè, della mosca e del toro, 
e l'altra, assai nota, della formica e della cicala. 

(2) Il Crusius, De Babr. aet., p. 239- 241, in conferma della sua 
tesi a Babrio vissuto sotto l'impero di Alessandro Severo », frale altre 
mise innanzi la congettura che le due favole siano state aggiunte a- 
gli e Ep t uTov8uu,aTa nel III o nel IV secolo, quando cioè Babrio, già co- 
nosciuto, era molto letto ed ammirato. 



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- 29 - 



testimonianza testé addotta, non molto dopo il conso- 
lato di Massimo ed Apro, si è giocoforza ammettere 
ch'egli sia vissuto dalla seconda metà del II sec. del- 
l'e. v. ai primi anni del III, tra l'impero di Marco Au- 
relio cioè e di suo figlio Commodo, e l'impero di Set- 
timio Severo e suoi successori. Fra' quali per altro è 
poco sicuro ammettere Alessandro Severo (1), da taluni 
riconosciuto nel « facCkzùg a A>ii;av&po$ » (2), dappoiché 
nell'anno 207 questo imperatore, avendosi due anni 
appena o, secondo altri (3), non essendo ancor nato, 
non poteva esser padre. Perchè adunque un suo figlio 
fossa pervenuto ad un'età da poterglisi dedicare un 
libro, fa d'uopo supporre che Babrio sia vissuto un 30 
anni dopo la data del Pseudo - Dositeo, il che invero, 
sebbene possibile, sembra poco accettabile. E ciò an- 
che, perchè allora tra le favole e il II proemio, nel 
quale già si parla d' imitatori e il quale in questa 
ipotesi sarebbe stato indirizzato al figlio di Alessandro 
Severo, dovrebbe trovarsi almeno una qualche differenza 
di stile per ragion della distanza di tempo della loro 
composizione; il che invero è vano cercare. Che l'opi- 
nione poi, per la quale il (ioaiWs 'AXs£av&po$ si vuol 
vedere in Alessandro Severo, non poggi su solide basi, 



(1) Bentley, Dissert. de Aesop. fab.+ c. Vili, p. CXLIV. — Bois- 
sonade, cfr. Crusius, De Babr. aet, p. 128. — Crusius, op. cit., 239 e 
seg.— Rutherfor d, Babrius, Intr., p. XI e XXIII. —Inoltre Croiset, Des- 
rousseaux, Weil, ecc. 

(2) V. nota precedente, dalla quale per altro si deve escludere il 
Bentley, siccome vissuto prima della scoperta del codice Athoano. 

(3) Hertzberg, Storia dell'Impero romano, Milano, Vallardi, 1895, 
p. 710-711, dice Alessandro Severo nato nel 208; così altri ancora. 



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— so- 



lo mostrano oramai gli stessi sostenitori di questa tesi,, 
i quali, costretti dopo più maturo esame a più miti 
consigli, han dovuto alfine dar per dubbio ciò che pri- 
ma affermavano per certo, avvicinandosi cosi, sempre 
più,, all'età di Settimio Severo, cioè alla nostra ipotesi 
(1). Più che ad altri adunque, dovendosi le parole 
(ìa<7tXeu$ 'AXé£ov$poc riferire ad imperatore romano, se 
altra difficoltà non ci fosse, desse dovrebbero attribuirai 
a Settimio Severo sotto il cui impero appunto fiori il 
grammatico Dositeo o, meglio, il Pseudo-Dositeo. E, a rav- 
valorare la nostra congettura, anziché indebolirla, ci si 
presentano gli argomenti addotti da chi volle dimostrare 
che Babrio visse al principio del III sec. al tempo di 
Alessandro Severo (2): detti argomenti, pur anticipan- 
dosi il tempo, conservano ancora la loro forza ed im- 
portanza. Né perciò deve far meraviglia se Babrio,. 
uomo latino, scrisse in greco le sue favole (3): la Grecia 
vinta avea a sua volta sottomesso il vincitore (4) e il 
vecchio Catone a tarda età dovette apprendere la lin- 
gua di quel popolo, la cui influenza a danno degli 
antichi costumi romani egli, da censore severo, giù- 



(1) Così il Crusius, mentre in De Babr. aet. % 1879, p. 259-40, sta 
per Alessandro Severo, altrimenti la pensa in Babr., 1897, Proleg., p. 
XXVII, ove così si esprime: « dubitavi posse nane concedo prooemii al- 
terius paaiXBù; 'AXsj-avSpo; sitine Alexander Severus vel Caracolla an re» 
gulus quidam sub Romanorum imperio in extremo oriente regnans .... 
Babrius igitur.... imperatorum Romanorum aetate fabulas silos conscripsit ». 

(2) Crus., De Babr. aet. t p. ^92-237; Rutherford, Babr. t Intr., c. I. 

(3) Crus., De Babr. ael^ p. 192; Rutherford, Babr. c. L 

(4) Orazio, Epist. II, 1, 156: 

Graecia capta ferum victorem cepit. 




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— al- 



atamente, ma invano, avea temuta e proscritta. Or Ro- 
ma, che per tutta l'epoca imperiale aveva accolta in 
sè la greca sapienza, al tempo di Babrio, siccome pel 
passato, non trovava difficoltà alcuna a prestar facile 
orecchio agli scrittori in lingua greca; Pistessa corte 
pertanto seguiva allora la corrente e gl'italiani pur 
essi, o per propria inclinazione o per ingraziarsi l'a- 
nimo degli imperatori, in greco componevano le loro 
opere (l). Egli è per questo che Babrio, senza intro- 
durre nulla di nuovo ma seguendo la consuetudine, 
benché italiano, potè al suo tempo comporre le favole 
di Esopo in coliambi greci. Nei quali col permettersi 
le stesse licenze dei poeti latini a lui anteriori, Petro- 
nio Persio e Marziale, coll'adoperare una lingua che 
per r uso delle parole per le frasi e la sintassi più 
che ad altri si avvicina agli scrittori dell'età di Marco 
Aurelio e suoi successori (2), col parlare d'usi e co- 
stumi romani propri dell' epoca degli Antonini e di 
divinità e cose spettanti alla religione a mo' dei ro- 
mani della fine del II secolo di Cristo, ci conferma 
sempre più nell'opinione ch'egli senza molta difficolta 
5i può fare appartenere all'epoca da noi assegnatagli 
con ugni riserbo. 



(1) Claudio Eliano di Preoeste scrìsse in greco, in greco scrisse 
Marco Aurelio, ecc.— Alessandro Severo, al dire di Larapridio (Lampr., 
27, 5), amava più il greco che il latino: a taluni amici che gli rivolsero 
taluni versi di Orazio, egli rispose in versi greci (Lampr., 38 5). 

(2) Zachariae, De dkt. babr. t p. 6-16. 




— 32 — 



^ — Vita 



[n quanto alla vita di Babrio nulla di positivo si 
può da noi affermare, dappoiché dessa è del tutto in- 
certa al pari di quella del primo favolista greco, il 
frigio Esopo. Se qualche cosa può dirsi, questa, fra 
congetture quasi sempre, si ricava dalle poche noti- 
zie che si possono raccogliere dalle sole favole. Certo 
gli antichi dovettero conoscere meglio di noi la vita, 
del nostro favolista, dappoiché i suoi versi erano letti 
molto e molto studiati e i migliori con amore raccolti, 
delle sue favole molti sono gli imitatori e molte le 
parafrasi, di lui i testimoni non pochi e di giorrfo in 
giorno si accrescono col crescere delle diligenti ricer- 
che e la serietà degli studi. 

Al presente quel che pare certo si è eh' egli sin 
da giovane dovette amare gli studi e molto erudirsi 
nelle lettere greche, leggendo di e notte gli esemplari 
greci d'ogni età, specialmente Omero ei tragici da cui 
coglieva i fiorellini più belli per vestirne poi di maggiore 
eleganza i suoi mitiambi (1). Conobbe gli scrittori di sen- 
tenze e di proverbi, né trascurò, come pare, lo studio della 
sofistica della rettorica (2) e della storia naturale (3), 



(1) Zachariae, De dict. babr^ p. 4 e segg. 

(2) Crusius, Babr., Proleg., p. XXVIII e XXXIL— Si deduce inol- 
tre dalle favole. 

(3) Babrio, 131, 5 e seg.; ecc. 





- 33 _ 

ed Esopo studiò (1) e i giambografi, quello per ridurlo 
in versi questi per temperarne l'acerbità dei giambi 
(2). Ad imitazione quindi di Socrate, il quale, nella 
prigione, per diletto volgeva in versi le favole di E- 
sopo (3), egli compose ad ammaestramento della gio- 
ventù due libri (4), o secondo altri dieci (5), di favole 
esopee in versi coliambi. In queste egli si mostra di 
animo dolce ed affettuoso, qual si conviene ad un pre- 
cettore d'amabil rito e ad un sano educatore, che ne- 
gli scolari vede siccome altrettanti suoi figli; e al gio- 
vinetto Branco infatti, cui son dedicate le favole, ri- 
volge egli spesse fiate a mo' di padre parole piene 
d'amore, chiamandolo ora « <S Bpay^e xe^vov » ora « rcai » 
ora semplicemente « Bpofyx 5 » (6), e così pure tale affet- 
tuoso parlare mette in bocca agli interlocutori allor- 



(1) Babrio, proem. I, 15. Inoltre si può dedurre dagli accenni fre- 
quenti di Esopo; cfr. 40, 5; proem. II, 5; 119, 11. 

(2) Bab., proem. I, 17 e segg., ma più chiaramente il verso 18: 

mxpuW tàujkov (T&Vnpà &<5Xa SfinXuva;. 
Inoltre proem. II, 14-15: 

xou twv tdaPwv 

su 8i xsVrpa irpm'jva;. 

(3) Platone, Fedone, p. 61, B.— Aviano, Fabulae, Fpist. ad Theod. 

(4) Aviano, Fab., Epist. ad Theod.: « Quas (fabulas) graecis jatnr 
bis Sabrina repetens in dm volumina coartavit ». 

(5) SuiDA alla voce Bappio?: « Bajipia; r\ Bàppto;* u,uSou; titoi utuStàu.- 
(iov;» stai ^àp 6ià ^wXtàxjkiv ev PipXtoi; t' o'3to; ex t<5v AtGwiretwv jxvStov 
[AStt^aXsv kitò t#; aÙTwv Xo^o7rotia; ti; !uu£Tpa, ri^ouv 8è XuXtàuftau;. •» 

(6) Bab., proem. I, 2, 10; 74, 15; proem. II, 1. 



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- 34 - 



quando rappresentano la parie dei dolci parenti (1).— Da 
precettore gentile adunque, sebbene possa non esserlo 
stato, egli si mostra col detto giovine Branco di cui 
ancora s'ignora la vera paternità e la vita, da pre- 
cettore fortunato visse alla corte del re Alessandro, 
per noi al pari del figlio Branco sconosciuto (2). Pare 



(1) Babrio, 18, 15; 47, 6 e seg.; 68, 9; 88, 18; ecc. 

(2) Contro il Crusius (Babr., Proleg., p. LXII, 1) si può affermare 
con molta probabilità col Werner ( Quaest. babr., p. 5 e 24) che 
Branco e il figlio del re Alessandro siano la stessa persona; e inoltre 
contro lo stesso Crusius (De Babr. aeL p. 240) e il Rutherford (Babr., 
Intr., p. XI) che i due proemi non appartengono a due collezioni di- 
stinte di favole, ma ad un'unica collezione edita per ben due volte, e 
la seconda volta migliorata e corretta.— Ciò, a mio parere, deducesi chia- 
ramente dall'avverbio ex faimpou del verso ultimo del II proemio: 



il quale avverbio ha sempre il significato, in Babrio costantemente man- 
tenuto, del lat. iterum = nuovamente, per la seconda volta, di un'azione 
cioè ripetuta nello stesso modo; cfr. Babrio 95, 102; 114, 5. Nè contra 
a questo costante e babriano significato dell 1 ex Ssimpsu vale il dire che 
il verso 102 della favola 95 è spurio, e che nella favola 114 non si ha èx 8eu- 
Ts'gou ma lx 8euTepms; dappoiché, mentre da una parte al consenso comune 
della genuinità del verso della favola 95 si oppone il solo Rutherford, dal- 
l'altra parte si può con tutta sicurezza affermare che il significato della for- 
ma ex &t\mpvK (forma adoperata da Babrio senza dubbio per evitare l'iato, 
dal quale egli rifugge sempre, come vedremo, e Crusius, Babr., Proleg., 
p. L) è uguale perfettamente a quello da noi assegnato all'ex Seurs'poo. E 
ciò, infatti, facilmente rilevasi e dal contesto della favola di Babrio e 
dalla corrispondente favola di Esopo (Halm, Fab. Aesop., 285) ove tro- 
vasi appunto ex SiUTs'pou per l'ex Seurepin;. Del resto le forme ex dtutépou 
ed èx fieuTe'pYi;, giammai adoperate dagli Attici, ma sibbene spesso dagli 
scrittori del N. T., in costoro hanno sempre il significato di iterum, sic- 



èx Scurepou coi TinvSe pfj&ov àetSw, 




35 i- 



aver passato parte della sua vita nelle province orien 



come di iterum ce l'ha sempre l'ex Ssurs'psu delle favole esopiane (Halm, 
Fab. Aes., 19, 39, 76, 76 b, 103, 140, 196, 243, 305,351, 354) e di al- 
tri scrittori (Zachariae, De dict. babr. t p. 26).— Pertanto da quell'avver- 
bio, oltre il significarsi, senza dubbio veruno, che il li proemio si fu 
composto per esser premesso alla seconda edizione delle favole, si dedu- 
ce ancora che Bpà-pco; è il iraT; paatXtù; 'Axel-àv8poo. Difatti, dicendo il 
poeta al figlio di costui: u a te per la seconda volta, Ix Seurspou <xot, de- 
dico questo libro, trvSs gépXsv astSw », e sopponendo questa seconda de- 
dica (proem. II) una prima (proein. I), egli è giocoforza concludere che 
al presente, finché nuovi elementi non vengano alla luce, Bp&pgo; e il 
na~$ 'A>.e5av3pou non sono che la stessa persona. — A confermare ciò con- 
corre lo stesso Crusius, il quale, parlando della frase àXX' su 7rupw<ra; 
(proem. n, 15), così si esprime (Babr., Prol'eg. p. LXII, 1), a àXX' eu 
irupuaa; (=examinans emendans) ad locos a poeta emendatos vel oppres- 
so* speclant ». Dunque il Crusius ammette che le dette parole (àxx' tZ 
impala;) furono adoperate da Babrio stesso, forse invece di altre. Ma, 
se così è, avendo il participio Tropea; il significato di examinans emendans, 
si deve ammettere che il II proemio non si riferisce ad una seconda 
e diversa collezione di favole, ma alla stessa prima collezione riveduta e 
corretta. — Il Rutherford poi, dalla comparazione di una delle molteplici 
testimonianze del Snida con il codice athoano (Babrius, Intr., p. LXXVIII- 
LXXX), deduce-potersi sostenere l'ipotesi che delle favole di Babrio vi 
siano state due modi di lettura, ambidue dovuti a Babrio, l'uno apparte- 
nente ad un'antica, l'altro ad una più recente edizione delle favole. Il 
confronto (Introd., p. LXXX e LXXXIII) è tra i versi 3 e 4 della fav. 
103 (cod. athoo): 

xoiXig tatù (jtttiXu^o; <Z>; ffotp xdptw 
?Xi ito òok'uùt oùx àXi£r$c àaSuawwv, 

e -i versi citati dal Snida, sotto la voce oirnkvfe 

xoiàetù airrXu^o; oli tic voua<p 
Xd^vuv epépXTiT* oùx &XyiSì; aaSuatvuv. 

Tale ipotesi lo stesso Rutherford, op. cit, p. LXXXV, deduce ancora 
dal confronto dei codici athoano e vaticano. 





- 36 - 



tali dell'impero romano (1); conobbe l'Egitto (2) e gli 
Arabi, i quali ultimi dice ladri ed egli stesso ebbe a 
sperimentare quali spergiuri impostori e bugiardi (3). 
Non fa meraviglia adunque se da taluni, sebbene pog- 
giati su altri argomenti, si credette che Babrio avesse 
trascorso lungo tempo della sua vita alla corte reale 
di Alessandria (4). 

Fuor di questo, nient'altro si conosce di Babrio. 



(1) Crubius, Babr., Proleg., p. XXVIII. 

(2) Babrio, 131, 5. 

(3) Bab., 8 e 57. Negli ultimi versi della favola 57, Babrio così 
si esprime intorno agli Arabi: 



(4) Hertzberg a torto deduce ciò dalla fav. 106, il leone ospitale; 
cffc Crusius, De Babr. aet. 9 p. 142.— Zachariab, De Dici, babr., p. 24, 
lo deduce dalle corrispondenze linguistiche tra Babrio e i LXX interpre- 
ti Alessandrini. 




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Il sapersi che i Mitiambi di Babrio furono accolti assai 
benevolmente si d'aversi ben presto degl'imitatori (1), 
non produce in noi meraviglia alcuna: furono principal- 
mente i meriti letterari del poeta che esercitarono gran- 
de attrattiva e suscitarono grande interesse nell'animo 
degli eruditi. Giuliano Cesare, Apostata, il più sistema- 
tico avvversario del Cristianesimo, li leggeva di cuore 
e voleva che altri li leggesse e ne deliberasse la greca 
dolcezza. In una lettera a Dionisio, suo amico, parlan- 
dogli della graziosa favola di Babrio, la donnola che 
cambiata in donna da Venere non cambia natura (2), 
cosi gli scrive: « tov [/.uS-ov outfóxoas tov Ba(ìptW 'Teck* nor 
ov$po€ etkpe7uous èpowSetW »; quindi lo invoglia a leggere 
il resto della favola, anzi tutto il libro: « toc Ss i71& ex 



(1) Babrio, proem. II, 9-12. 



IL 



BAYODB DI BABAIO 



ooo 



(2) Bab., 32. 




- 88 - 



tou pifft&ou [xavSave » (l). Grammatici poi, scoliasti, lessi- 
cografi, tutti, dall' imperatore Giuliano al Suida e al 
Tzetze, riportano versi e frammenti più o meno lunghi 
delle favole di Babrio, onde si può dedurre senza dif- 
ficoltà che il nostro favolista, nei secoli ultimi dell'im- 
pero e nei seguenti, si ejpbe popolarità non piccola non 
solo in occidente ma in oriente ancora; le sue favole, 
molto studiate, variamente imitate e parafrasate, subi- 
rono però molteplici trasformazioni in prosa e inversi, 
in greco e in latino (2), trasformazioni che fecero scom- 
parire quasi del tutto l'opera del poeta, e per parec- 
chio tempo, salvo che il nome e il ricordo dell' avuta 
importanza, ne fecero perdere financo le tracce. Ep- 
pure egli, elegante, conciso, grandemente semplice e 
assai spesso scrupolósamente corretto, aveva fatto di- 
menticare le collezioni di favole anteriori alle sue. 

*) - Divisione 



Le favole di Babrio, che prima del 1843, non ostan- 
te le diligentissime ricerche e gli accurati studi di 



(1) Giuliano, Epist. 58,5; se non cheTaX^ IpasSeiaa delFediz. Her- 
cher deve leggersi TaX* IpaiSstay;. — Per altri luoghi delle lettere e 
delie opere di Giuliano, nei quali si adombrano le favole di Babrio; 
cfr. Crusius, Babr., p. 4. 

(2) In greco Paraphrases Bodleianae, Fabulae Accursianae, Fabulae 
Florentinae, Fabulae dactilicae et jambicae, Ignatii Diaconi tetrastka 
jambica, ecc.; cfr. Crusius, Babr., p. XXIII e seg.; 134-296. — In latino 
cfr. Aviano. 



- 39 - 



valenti critici e dotti ellenisti, non sommavano che un 
piccola numero, da Babrio stesso erano state raccolte, 
secondo la testimonianza di Aviano, in due volumi e, se- 
condo quella del Suida, divise invece in dieci libri. Di 
tal divisione però, fuor di questa conoscenza, nulla 
sappiamo. È molto probabile che prima di Aviano qual- 
che ignorante maestro di scuola, volendo semplificare 
la primiera e genuina divisione in dieci libri (1), abbia 
raccolte tutte le favole in soli due gruppi premettendo 
a ciascuno di essi uno dei due proemi, che il poeta 
aveva composti a bella posta per le due edizioni delle 
sue favole: di qui la divisione in due volumi, ossia in 
due libri di Aviano. E che questa congettura possa 
avere qualche valore lo dimostra la ridicola disposi- 
zione delle favole del codice athoo secondo V ordine 
alfabetico, disposizione voluta forse per comodità dei 
discepoli e dei maestruncoli, ma che, a quanto pare, 
appena si trova adoperata in sul decadere della gre- 
ca letteratura innanzi l'epoca bizantina (2). Veramente 
sarebbe troppo duro l'ammettere che Babrio avesse 
pensate e composte le sue favole seguendo V ordine 
delle lettere dell' alfabeto: ciò del resto, fuor del co- 
dice athoo, da nessun' altra testimonianza vien confer- 
mata. Al presente adunque bisogna sul riguardo con- 
chiudere che, se è incerto l'ammettere la divisione di 
Aviano in due libri, perchè poggiata su nessun valido 



(1) Taluno ha creduto che Babrio abbia divìse le sue favole in dieci 
libri ad imitazione di Nicostrato, retore e sofista celeberrimo ai tempo 
di Marc'Aurelio, e scrittore di dieci libri di favole col titolo: Ae*auuSta. 

(2) Werner , Quaesl. baòr., p. 2, L 





- 40 - 



argomento, salvo Tesser Aviano vissuto più vicino a 
Babrio epperò prima del Suida, non è meno incerto 
l'ammettere la divisione in dieci libri del grammatico 
bizantino, attinta forse, come si vuole da taluni, in 
qualche scrittore più antico e quindi più sicuro di 
quello a cui attinse il favolista latino. 

Le favole di Babrio, che al presente ci rimangono, 
sebbene di talune non si sia ancora affermato sicura- 
mente Tesser loro genuine e di altre si abbiano tra i 
coliambi babriani delle interpolazioni e dei versi spu- 
ri o dubbi e delle forme in discussione, compiono in 
tutto il bel numero di 141. Di queste, 123, che secondo 
T ordine alfabetico arrivano sino alla lettera o, sono 
del codice athoo, del quale certamente si son perduti 
con detrimento delle lettere molti fogli, quelli appunto 
che contenevano il resto delle favole comincianti con 
le lettere da e forse ancora da o, sino ad <o. Del- 
l'ultima però, della 123 a cioè, nelTathoo non si trova 
che il primo verso; il resto é stato supplito dalle Ta- 
vole Cerate Palmirene (1), le quali inoltre ci hanno 
date per intero le 4 favole che vanno dal n.° 136 al n.° 
139. Le favole dal 124 al 135 ci sono tramandate dal 
codice Vaticano; la 140, quella della cicala e la for- 
mica, dal solo Pseudo- Dositeo; T ultima incompleta, 
che parla dei sacerdoti di Gibele e del loro asino, da 
Natale Conti nella sua Mitologia e in parte dal Tzetze (2). 



(1) Le favole Cerate Palmirene, dette anche Assendelftiane dall'uf- 
ficiale olandese Yon Assendelft che le acquistò nel 1881 in Palmira, si 
trovano ora nella biblioteca leidense e comprendono 14 favole. 

(2) Per l'ultima, oltre Ted. Crusius, cfr. Rutherpord, p. 128, CXXXVIIj 



Oltre le favole si hanno di Babrio i due proemi, 
dei quali già si è parlato. Di essi il primo è a capo 
d'un primo gruppo di favole, la cui iniziale corre da 
a a X; il secondo, cominciante per [/., alla quale lettera 
deve forse la sua collocazione, è inserito innanzi al 
al secondo gruppo delle favole, la iniziale delle quali 
va da [i. ad w. Or, considerando che la prima parte 
delle favole ne comprende più di 100, se la seconda 
parte ne comprendeva un numero quasi uguale, ci è 
lecito inferire con una certa probabilità che il numero 
della ràccolta completa delle favole di Babrio oscillava 
tra 200 a 220 mitiambi (1). 

Ciascuno di questi, poi, quasi sempre termina con un 
epimitio, o come dicesi moralità, talvolta in versi, 
taKaltra in prosa e in versi, più spesso in prosa sol- 
tanto (2), il che, non riscontrandosi mai nel Suida e 
nel codice Vaticano, fé' supporre, e giustamente, che 
l'epimitio non sia di Babrio ma piuttosto di qualche 
lettore studioso delle favole. È molto chiaro infatti 
che insieme con le favole anche gli epimiti godettero 
di si grande popolarità che Tzetze e Georgide si com- 
piacquero citarne non pochi, e un lettore del codice athoo 



Tzetze, Chit., 13, 255. — Se non che, dall'avere detta favola 7 per let- 
tera iniziale, non si sa ancora il perchè e il come essa non si sia tro- 
vata nel codice del monte Athos. 

(1) Tal snpposizione trova il suo appoggio nelle favole parafrasi, 
aggiunte dal Crusius, nella sua ediz., alle favole coliambiche. Le para- 
frasi vanno dal n.° 142 al n.° 206. 

(2) Delle 141 favole 19 (6, 7, 20, 25, ecc.) non hanno epimitio, 31 
(5, 10, 22, 23, ecc.) hanno l'epimitio inversi, 24 (9, 12, 13, 16, ecc.) 
in prosa e in versi, 67 (1, 2, 3, 8, 15, ecc.) in prosa. 



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procurò flnanco di fissarne uno a mente scribacchian- 
dolo sul margine (1). Ma se è fuor di dubbio che gli epimi ti 
in prosa non furono composti da Babrio, i frequenti 
errori metrici e talora siptattici, il nessun valore let- 
terario e la non corrispondenza di quando in quando 
con la morale della favola fan credere ancora che 
nemmeno gli epimiti in versi sono del nostro favolista 
(2), quantunque taluni siano condotti con tale arteba- 
briana da non far distinguere Babrio dall'ignoto ver- 
seggiatore (3). 

Per l'aggiunta degli epimiti però è chiaro che le 
favole del nostro poeta, fin dal loro comparire al pub- 
blico, furono aggiudicate appartenere tutte al genere 
delle favole esopiche, le quali quasi tutte sono prov- 
viste di moralità. Parrebbe invero inutile aggiungere 
l'appellativo esopiche, specialmente se si riflette che 
taluni codici per titolo si hanno l'espressione ptèfapfìoi 



(1) Kutherford, Babr., Intr., p. LXXXVIII. 

(2) DDbner, Animadvers. crit. de Bah ti j/.uStàji.g<5t; p. 18, afferma 
che Babrio rarissimamente aggiunse epimiti alle favole. — Crusius in- 
clina a credere di Babrio gli epimiti delle favole 4, 11, 14, 18, 36, 44, 
119. — Kutherford invece dice non babriani tutti gli epimiti, epperò 
nemmeno li fa degni di seguire i initiambi.— É probabile ch'essi siano 
additamenta didattici: il maestso di scuola, chiesto dall'alunno del si- 
gnificato d'una favola, avrebbe fornito o fabbricato egli stesso i impvt- 
ffotaTa e gli ÈmxaTTÓaara, come Frinico ci dice ch'eran chiamati; Ruther- 
Pord, Babr., Intr., p. LXXXVI e segg.; Ellis., Avianus, Proleg., p. XXXII. 

(3) Hook, De Babr. fabulis quae in cod. Athoo leguntur corruptis 
atque interpolatis, Halis Saxonum, 1870, p. 17-27, nota che negli epi- 
miti, inutili in Babrio per la chiarezza delle sue favole, invece dell' ele- 
ganza dell'armonia e della semplicità, doti proprie del nostro poeta, si 
trovano ineguaglianza, oscurità e gonfiezza, metrica interamente negletta. 




o ^copta^wcoì GTiyoi con 1' aggiunta xlcdmiiot. 0 ex, tcjv 
ÀtVwxou (auSwv (1). Eppure se si pensa che fuor di due 
soli nessun altro codice mostra il titolo delle favo- 
le, sia spurio o genuino, onde ci è permesso dubi- 
tare del vero titolo dato da Babrio ai suoi libri, e se 
si pensa inoltre che presso gli antichi si conoscevano 
vari generi di favole, la libia o libica e la cipriana, la 
sibaritica e !a milesia, ed altre ancora, non fa mera- 
viglia alcuna l'aggiunta dell'appellativo esopiche dato 
alle favole. Le differenze di tali generi di favole og- 
gimai ci sono sconosciute, essendosi perdute di tutte, 
tranne dell'esopicbe, le tracce. Eschilo parla di favole 
libie (2) e Babrio stesso accanto al frigio Esopo pose 
il libio Ki$t<7<7Y)s, che a suo dire recitò pel primo le 
sue favole ai Libidini, siccome Esopo ai figli degli El- 
leni (3). Aristofane, nelle Vespe, accanto alla favola eso- 
pica accenna alla favola sibaritica, caratteristica del- 
la quale si era lo scherzo e il riso ( y&otov SifkpiTi- 
xov) (4); la ricca e molle Mileto regalava le sue favole, 
degne compagne di quei romanzi lascivi che dalla città 



(1) Cfr. cod. Athoo e cod. Harleiano. 

(2) Rutherford, Baòr., Intr., p. XXXVII. — Diogene conobbe an- 
che il nome dell'inventore: Ku3i<j<jocv euper^v fsWsat tou ttSou; toutou; 
ib. — - Dione Crisostomo nel quarto discorso dei suoi Xó^oi (katXixsì dice 
che Diogene raccontò una favola libica ad Alessandro Magno; Schoell, 
Sior. letler r grec, Voi. IV, pari II, p. 54. — Diodoro Siculo, XIX, 25, 
fa narrare al macedone Eumene la favola libica del leone innamorato. 
Per la fav. cfr. Babrio, 98. 

(3) Bab., proem., II, 6. 

(4) Ruthbrford, Babr., Intr., p. XXIX e XXXVIII. Così per le no- 
tizie seguenti. 



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— 44- 



natale si appellarono milesii (I). Gli antichi distingue- 
vano ancora le favole di Cipro da quelle di Caria, fa- 
vole tutte del resto che differivano, in genere, per quel 
colore locale per il quale anche ai giorni d'oggi un 
particolare e vicino paese secondo V indole dei suoi 
abitanti giocosa o ridicola, stupida od astuta. Presso i 
Greci ciò si faceva inverso le colonie, e Sibari in occi 
dente Mileto e Cipro in oriente ricantavano quelle fa- 
vole primitive, che passando di razza in razza e di 
tribù in tribù avevano assunto insensibilmente delle 
varianti e acquistato quindi colore locale. Ciò non di 
manco col volgere dei secoli questi differenti generi 
di favole scomparvero e oramai solo ci rimane V eso- 
pico, cosi detto da Esopo, il frigio filosofo, primo, a 
memoria d'uomini, e illustre modello, a quanto dice 
la tradizione, di compositore di favole. 

Al genere esopiano adunque si debbono ascrivere 
le favole di Babrio. 



Le favole di Babrio al pari delle esopiane, che in 
ogni tempo per i molteplici pregi furono giustamen- 



(1) Ovidio due volte accenna a siffatti componimenti; 7'mMI, 412: 

Junxit Arislides MiUsia crimina secum, 

e ib. 443 e seg.: 

Verlit Aristidem Sisenna nec obfuil Mi 
I/istoriae iurpes inseruisse jocos. 

In Babrio la fav. 116 sembra ascriversi al genere milesio. 



i>) - Contenenza 




- 45 - 



te celebrate, meritano pur esse ogni studio ed ogni 
illustrazione perchè acute e finamente psicologiche, 
semplici e belle per le immagini l'esecuzione del di- 
segno e gli ornamenti, semplici al par dei mitiambi. 
Né desse si scostano, anche per poco, dall'indole pro- 
pria della favola, sorta, fin da' più remoti tempi, per 
meglio scolpire nella vergine intelligenza dell' uomo, 
incapace ancora ad intendere le filosofiche definizioni 
di virtù e vizio, quelle verità morali che gli svilup- 
pano quindi nel cuore l'innato germe di rettitudine e 
di giustizia spesso spesso soffocato dalla veemenza 
delle passioni. E Babrio, nel primo prologo appunto, 
di ciò ammaestra Branco e dolcemènte e senza fronzo- 
li retorici gli descrive la prima età dell'uomo, nella 
quale fra tutti gli esseri regnava profonda pace: gli 
Dei vivevano allora in una dolce familiarità con gli 
uomini, la terra produceva da per se stessa frutti bel- 
lissimi e abbondanti, il mare parlava col linguaggio 
umano alla nave e al marinaio, il passero all'agricol- 
tore, la pianta e la pietra tra di loro, gli animali te- 
nevano le assemblee in mezzo a' boschi e li discuteva- 
no a mo' delle società costituite. 

«Certo questa descrizione non è pari a quella d'O- 
vidio che, qual poeta dell'amore, veramente innamora 
dell'età dell'oro. Diverso si era lo scopo di Babrio e 
il suo prologo ad altro non gli servi che a presentare 
i suoi mitiambi al giovinetto Branco, cui egli in vela- 
ti termini dice di non meravigliarsi se nelle favole 
l'èssere irragionevole ed inanimato agisce e discorre, 
perchè ciò si fu proprio dell'età dell' oro, dell' età dei 
giusti. E così gli enumera cinque età, delle quali, per 
lacune nel testo, conosciamo tre solamente, quella del- 



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- 46 - 



Toro o dei giusti la migliore di tutte, quella del rame 
e quella del ferro di tutte la peggiore (1). Se per le altre 
due Babrio intendeva l'età dell'argento e quella del 
bronzo, le cinque età del nostro poeta trovano allora 
perfetta corrispondenza con le cinque età nelle quali gli 
storici sogliono dividere la preistoria dell'umanità (2). 

Nel secondo prologo Babrio afferma francamente 
ch'egli dopo Esopo e Cibisse entra, sebbene con una 
nuova forma, nell'arringo della favola, e, mentre que- 
sti ammaestrarono in isciolto sermone l'uno i Greci e 
l'altro i Libi, egli educa in versi presentando per il 
primo agli uomini il mitiambo, il quale, perchè non 
allontani da sè gli animi per l'acerbo giambo ma li 
alletti invece e li attiri, si mostra bello qual cavallo 
d'oplite guernito d'oro. Dice dipoi che, presentatosi per 
una nuova porta, da lui per la prima volta aperta, a 
suo esempio altri più saggi e potenti entrarono per 
essa, attingendo però la loro scienza nelle favole di 
lui, che in ogni tempo seguirono con amore. Si prote- 
sta quindi ch'egli scriverà in linguaggio bensì sempli- 
ce e chiaro ma con animo caldo e in giambi che per 



(1) I vv. 3-5, ove si accenna all'età del rame e a quella del ferro, 
si sospettano spuri dal Rutherford e da altri. Il Crusius, avendoli ridotti 
a lezione babriana, li ha oramai giudicati siccome genuini. 

(2) Canestrini, Antropologia, Milano, 1878, XII, 119, distingue 
cinque epoche od età: 1. la paleolitica o della pietra grezza ( = età 
dell'oro ), 2. la neolitica o della pietra lavorata ( = età dell'argento ), 3. 
del rame, 4. del bronzo, 5. del ferro. — In tale enumerazione delle 
primitive età dell'uomo Babrio pare abbia seguito Esiodo, v Ep^a xai 
7)u.gpat, 108-209. Ovidio invece ne enumerò quattro, Mei. I, 89-150; A- 
rato tre, 4>atv9j/.6va, 100 e segg.; due Vergilio, Georg. I, 125 e segg. ed 
Aen. VIII, 314 e segg., e due Tibullo 1, 3, 55. 




lui han mutata la nativa mordacità nella dolcezza del 
miele. 

E veramente melliflue sono le favole di Babrio, 
le quali sebbene quasi tutte abbiano riscontro in quel- 
le del saggio Esopo, pure son condotte si bene da la- 
sciare nell'animo del lettore un'impressione più dolce 
che quelle del frigio filosofo. Certo ciò si deve in gran 
parte al fascino che sul nostro spirito esercita la poe- 
sia, nata a rappresentarci la natura nelle forme più 
appariscenti; ma non si può trascurare d'altra parte 
l'abilità di Babrio nel sapere scegliere tra le immagi- 
ni le più belle e nel fare spesso parlare e muovere i 
suoi attori nella maniera più conforme a natura e per 
modo che, mentre si è attratti dalle finte avventure 
degli animali, più chia ra e insensibilmente emerge la 
nascosta verità morale. Pertanto egli per lo più non 
inventa il fatto, che trova bello e formato in Eso- 
po, ma al fatto di Esopo aggiunge tali particolarità 
e v' introduce tali mutamenti da far sembrare l'im- 
possibile verisimile e far nascere in noi, quasi direi, 
pe' suoi attori, animali o no, sentimenti di benevolenza 
o di compassione oppure di antipatia e di sdegno; sic- 
come appunto avviene, se ci è lecito le cose piccole 
alle grandi paragonare, quando si legge un epico poe- 
ma. Sicché, dopo aver letta la favola, se il nostro pen- 
siero vola all'applicazione e desso debitamete sostitui- 
sce per poco agli attori della favola esseri ragionevoli, 
eccoti subito una scena viva e reale della vita degli 
uomini. E che sia cosi valga per tutte la favola del 
leone ammalato. 

Queir inchinarsi profondamelo della .volpe alla 



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- 48 - 



presenza del cervo, il suo parlare melato al pari di 
quello di amorosa madre ed eloquente ed insidioso 
siccome di furbo adulatore, il salutare cortesemente e 
l'annunziarsi qual messaggiere di dolci novelle, ci mo- 
strano senz'altro l'astuto cortigiano, che è strumento 
al suo signore di audaci delitti, e quindi la necessaria 
caduta iloll'innocente e incauta vittima. — « Il leone,- 
€ dice la volpe al cervo, -tu il sai, è mio vicino, sta 
« male ed è prossimo a morire. Attento cercava, or 
«c non è molto, chi degli animali regnerà dopo di lui. 
« { Diceva: ) " il cinghiale è stupido, e Torso pigro, e il 
« leopardo irascibile, e la tigre vagabonda e del tutto 
« amica della solitudine. Il cervo, io penso, è il più de- 
« gno dell'impero: di baldo portamento, lunghi anni vi- 
« ve e per atterrire tutti gli animali porla corna ad 
« alberi simili e non come quelli del toro. „ Perché dir- 
« ti tante cose ? In una parola tu sei destinato a signo- 
ra reggiare gli animali erranti su per i monti. Allora, 
« mio signore, ricordati della volpe, la quale, per la 
« prima, questa nuova ti ha recala. Per questo son ve- 
« nuta. Ma addio, o dolce amico. Corteo dal leone, per- 
« chè non mi desideri di più: egli di noi si vale di con- 
« sigli in tutto e per tutto. Io penso che anche tu, o 
« figlio mio, correrai da lui, se mai dai retta ai con- 
ia sigli di un capo canuto. Faresti bene se venissi a se- 
« derti vicino a lui e incoraggiare Vammalato. Le pie- 
« cole gentilezze toccano negli estremi della vita: negli 
« occhi, allora, è tutta V anima dei moribondi » (1). — 



(1) Babrio, 95, 14-35. — La traduzione in prosa di questi versi di 
Babrio, e degli altri che in seguito mi si presenteranno, è eseguita, e 




1 



- 49 - 

Chi non sarebbe caduto a linguaggio si subdolo? E il 
cervo, solleticato dal regale avvenire, da per se stesso 
si offri al macello, siccome non rare volte avviene tra 
gli uomini che inesperta creatura cade tra le insidie 
di uomo malvagio. 

Si piena di vita ci si presenta in Babrio la favola 
strettamente appellata esopica, quella cioè che ha per 
attori degli animali. La mitologica invece, ove gli dei 
antichi parlano ed agiscono, se segue nel disegno e 
nell'esecuzione la favola esopica, lascia però nell'animo 
un'impressione per nulla rispondente al rispetto e al 
culto che i Greci e i Latini nutrivano inverso le loro 
divinità, per noi oramai, ma non per quelli, false e 
bugiarde (1). Artificioso pertanto e talora scettico si 
mostra Babrio tutte le volte ch'egli introduce dei ed e- 
roi; epperò, mentre con continue reminiscenze mitolo- 
giche mira a far più belle ed artistiche le sue favole, 
all'occasione poi sulla mitologia sparge lo scherno 
dello scettico e l'ironico sorriso. Invero in quanto a 
convinzioni religiose egli sembra non de' bei tempi 
della Grecia e del Lazio, ma dell'età nella quale noi 
l'abbiamo assegnato. — La troppo semplicità degli dei 
di campagna con F ignoranza completa degli dei di 



ciò fin dove è possibile, secondo l'ordine delle parole del testo. Questo 
ho fatto perchè meglio si avverta l'ordine che il Greco teneva nel ma- 
nifestare i propri pensieri, ordine che mirabilmente si può conservare 
ed ammirare in italiano, come ben dimostra la bellissima e fedele tra- 
duzione dei Melici greci, dell'Elettra di Sofocle e di altri testi greci 
di L. A. Michelangeli. 

(1) In Babrio sono favole puramente mitologiche: 12, 57, 58, 59, 
66, 68, 70, 127. 



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— *0 — 



città nel non sapere scoprire il ladro del proprio tem- 
pio (1), il codice immorale della dea Venere nel di- 
sturbare a torto la pace e la quiete delle famiglie (2), 
la maligna influenza degli eroi e la loro nessuna po- 
tenza tranne a far male (3), la deplorevole incertezza 
di Mercurio nell'essere scelto a dio o ad ornamento 
di cimitero e la nessuna riverenza e i sacrileghi at- 
tentati ai quali egli va incontro {4)> 1' esser Mercurio 
stesso la causa prima dell' indole bugiarda e ingan- 
natrice degli Arabi (5), mentre Prometeo coli' inven- 
zione delle due bisacce rende più facile all' uomo il 
conoscere i vizi altrui che i propri (6), il facile ingan- 
narsi del padre degli dei nel dar giudizi e il ridicolo 
confondere delle sorti da lui voluto per la più presti 
o più tardi punizione di gravi delitti (7), tutto avva- 
lora, checché in contrario possa dire taluno, ad affer- 
.mare che Babrio teneva in non cale, siccome inutili 
e degni di riso, gli dei tutti della vecchia mitologia. 
Infatti, se togli talune favole ove si tratta di episodi 
mitologici, passati ornai nel patrimonio religioso, o di 
divinità allegoriche (8), nelle altre non una volta sola 
vi trovi un accenno benevolo e rispettoso verso alcuno 



(1) Babrio, 2. 
(2>Bab., 10. 

(3) Bab., 15, 20, 63. 

(4) Bab., 30, 48, 119. 

(5) Bab., 57. 

(6) Bab., 66 ( le due bisacce ). * r 1 

(7) Bab., 72 ( gli uccelli e il gracchio ) e 12i? ( Giove giudice e 



Mercurio ). 

(8) Bab., 12, 49, 58, 59, 70, 126. 




- 51 



degli dei degli antichi; anzi, se si riflette che le più: 
notevoli favole intorno alla inutilità degli dei pagani 
non trovano riscontro nelle favole di Esopo, ci é lecito 
inferire ch'esse sono 1' espressione genuina dell'animo 
del poeta (1). In conferma di che è bene osservare che 
mentre, pur nelle favole mitologiche il cui fonte diretto 
sembra Esopo, questi attribuisce qualche cosa a un 
dio indeterminato, egli a questo dio spesso aggiunge 
il nome quasi^ sarei per dire, a maggior disprezzo 
della divinità (2). Del resto Babrio stesso chiaramente 



(t) Delle favole 2 ( l'agricoltore che ha perduto il bidente ), 10 
( Venere e la schiava ), 15 ( l'ateniese e il beoto ), 30 ( lo statuario e 
Mercurio ), 48 ( Mercurio e il cane ), 58 ( il vaso, Giove e l'uomo ), e 
di moltissime altre ancora, non si trova riscontro in prosa in tutte le 
raccolte delle favole di Esopo. Ciò fa giustamente supporre che le favole 
in coliambi, che si trovano in talune raccolte di favole esopiane, più che 
ad altri si debbono attribuire a Babrio, primo scrittore di favole in co- 
liambi. A comprovare la quale supposizione viene il codice athoo, nel 
quale si trovarono appunto quelle favole in coliambi che, prima della 
scoperta di detto codice, si spacciavano come favole esopiane d' incerto 
autore. Cfr. Halm, Fab. Aesop., Praef., p. IV. — Dalla favola poi 57 
(Mercurio e gli Arabi), in Esopo (Halm, 141) si trovano soltanto alcuni 
periodi in prosa, il che ci permette di pensare ad un probabile tentativo 
di riduzione in prosa del mitiambo di Babrio. 

(2) Cfr. Bab., 66 (Prometeo e gli uomini) ed Es. 359 (le due bisac- 
ce ); B. 119 ( l'uomo che ha rotto una statua di Mercurio ) ed Es. 66 
(l'uomo che ha rotto la statua ). L'epimitio della fav. 119 poi, se fosse 
vero di Babrio, come da molti si crede, raffermerebbe sempre più questa 
mia congettura; dappoiché dal detto epimitio si dedurrebbe Mercurio 
pari a un « <j*atòv Wpa (Es. Trovmpòv &v8pa) ». Bel linguaggio invero di uo- 
mo pio verso i suoi dei! 




- 52 - 



confessa che è inutile e non necessario parlare del mito: 

p£wv 8 1 6 (xuSfs; *nX3t {u^pt; fr.pwuv, 
p.axpJi (xèv &XXb>; pfjai; oOS 1 àva^atT (1), 

e forse a bella posta, se non m'inganno, egli confonde 
gli attributi delle divinità e il mito stesso. Epperò 
eccoti Filomela confusa con la sorella Progne (2); il 
figlio d'Alcmena esaltato come « [jiywjTov av&pwv, <juv Ss 
xat N 3e<3v » e che il pigro bifolco 

Sv JAOVOV TfàvTWV 

Srsah àX7i3a>; Trpoasx'jvE'. re x.àrtaa (3); 

eccoti Mercurio invocato dio dei pascoli meglio che 
con altro attributo più comune (4); ecco il mito di 
Pandora ridotto in forma irriconoscibile (5). 

Nella favola 2 a un agricoltore ha perduto un bi- 
dente. Interrogati uno per uno i suoi lavoratori, alla 
loro risposta negativa pensa portarsi insieme con essi in 
città per consultare, intorno al ladro, gli dei cittadini: 
gli dei della campagna son troppo semplici e non s'av- 
vedono di nulla. Ma sul limitare della città un pub- 
blico banditore promette una grande ricompensa per 
la scoperta d'un furto al tempio: « o come inutilmente 



(1) Babrio, 15, 3 e seg. 

(2) Bab., 12. 

(3) Bab., 15, 6 e 20, 4 e seg. 

(4) Bab., 23, 4. 

(5) Bab., 58. 



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- 53 - 



« son venuto! — esclama allora 1' agricoltore; — come 
« mai potrà scoprire i ladri d'altri il dio che non co- 
« nosce i propri e con premi cerca se non chi glieli ri- 
« veli? » (1). Qui, comunque altri la pensi, mi sembra 
chiaramente che Babrio derida la scienza del dio, co- 
me nella 10* favola pare che a Venere, la quale com- 
parisce nel sonno alla brutta e sucida schiava dal 
padrone amata più della moglie, faccia fare la figura 
d'un ingiusto e insipiente tiranno, che, per vendicarsi 
del colpevole, condanna una innocente a soffrire, al 
vedersi fra onte ed insulti togliere l'oggetto del suo 
cuore. « Non mi esser grata, — dice Venere alla 
« schiava, — perchè bella ti ho fatta. Son in collera 
« con questo, al quale bello apparisci » (2). — Nella 
15 a favola il semplicione tebano, dopo essere stato 
vinto per loquacità dall'ateniese nella discussione in- 
torno ai loro eroi locali: « Finiscila, — interrompe 
« con tono turberò; — tu mi vinci. Alla fin fine, che 
« Teseo si adiri, contro di noi ed Ercole contro gli 
« Ateniesi » (3). Ecco la benefica influenza che gli eroi 
esercitano sugli uomini, influenza maggiormente ma- 
nifesta nella 63 a favola, ove, mentre Esopo (4) si limita 
a far dire dall'eroe, grandemente onorato da un uomo 
pietoso, di non sciupare troppo in sacrifizi perchè 
quindi egli non sia chiamato causa di miseria, Babrio 
addirittura fa dell'eroe il dispensiere di tutti mali: 



(1) Babrio, 2, 13 e segg. 

(2) Bab., 10, 11 e seg. 

(3) Bab., 15, 13 e seg. 

(4) Fab. Aesop., ed. Halm, 161. 



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-54- 



« Di tutti i mali, — dice l'eroe all' uomo pietoso, — 
« che affliggono gli uomini, i dispensieri siam noi. Per- 
« ciò se mali desideri, con fidanza parla: te ne manderò 
« mille, anche se un solo ne domanderai » (1). 

Fra tutti gli dei, però, Mercurio è quello su cui 
Babrio adopera di più la sferza del dileggio. Nella 30 a 
favola quel dio fa veramente una figura umiliante. In- 
certo della sua posizione, se mai farà di cippo sulla 
tomba d'un morto o da dio nella casa d'un artigiano, 
Mercurio si raccomanda nel sonno allo statuario: « La 
« mia sorte, — gli dice, — adesso è nelle tue mani, 
«c perocché tu potrai far di me o un morto o un dio » 
(8). Lamento invero troppo giusto dalla parte del dio, 
che non solo in sulla pubblica strada è serbato ad 
essere indecorosamente onorato, anzi empiamente 
trattato da un cane che passa a lui vicino (3), ma 
anche altrove, preso per una gamba, è da un ar- 
tigiano sacrilegamente e con violenza gettato a terra, 
perchè a male andavano gli affari del suo adoratore 
(4). Egli stesso è descritto nella favola 57 siccome l'au- 
tore di tutte le menzogne e di tutti gl'inganni che so- 
no sparsi sulla terra; egli stesso è detto il protettore 
degli Arabi, maestri nell'arte d' ingannare e di men- 
tire (5). 

Né il padre degli dei e degli uomini é obliato 



(1) Babrio, 63, 9 e segg. 

(2) Bab., 30, 9 e seg. 

(3) Bab., 48. 

(4) Bab., 119. 

(5) Bab., 57. 



ÈfiÈÉM 




- 55 - 



da nostro poeta. Egli, che a guisa di fanciullo, nella 
favola 68, gareggia con Apollo sul tirar dell'arco e con 
un sol passo misura dall'Olimpo al giardino dell'Espe- 
ridi, distanza già percorsa dalla freccia d'Apollo, nella 
favola 72 mostra (cosa veramente indegna d'un padre de- 
gli dei! ) una conoscenza molto misera e limitata. La co- 
noscenza di Giove con nostra somma meraviglia è in- 
feriore a quella di una rondine, la quale sa conosce- 
re il gracchio, fatto bello delle altrui penne, a prefe- 
renza del dio, che, pieno d'ammirazione, era già per 
giudicare al brutto e nero uccello il premio della bel- 
lezza. Esopo, invero, verso la divinità più rispettoso 
di Babrio, non fa a Giove pronunziare il giudizio: in 
Esopo Giove si contenta soltanto di proporre il grac- 
chio come degno del premio (1). 

Di tale spirito scettico, però, solo non si trova 
traccia, come già dissi, nelle poche favole, nelle quali 
il mito da tempi lontani è stato fermato a far parte 
del patrimonio religioso. In queste favole la narrazione 
corre al solito semplice ed elegante, nè si allontana 
dalla credenza degli antichi. Momo è sempre l'invidioso 
che sottopone alla critica anche le cose più perfette 
uscite dalle mani degli dei maggiori, Giove Nettuno 
Minerva (2); la Fortuna è sempre li che, capricciosa, 
pur si difende dall'accusa di essere la distributrice di 



(1) Fab. Aes., ed. Halm, 200. 

(2) Babrio, 59 (Giove, Nettuno, Minerva e Momo). — Luciano in- 
vece di Giove fa entrare in gara Vulcano; crr. Crusius, De Babr. aet, 
p. 221. — In Esopo, 155, ed. Halm, Prometeo entra in gara invece 
di Nettuno. 




56 - 



tutti i mali, mentre spesso di questi son causa gli uo- 
mini medesimi (1); la Verità è la vergine che sen vive 
solitaria in un deserto, perchè i cittadini, divenuti cor- 
rotti, non amano più che la menzogna (2). Soltanto il bel- 
lissimo mito del vaso di Pandora Babr io ha reso troppo 
scarno e irriconoscibile. — Pandora, la ricca di tutte 
le grazie femminili, che tanta parte ed importante 
rappresenta in detto mito, in Babrio scompare del 
tutto: qui è Giove colui che porge direttamente all'uo- 
mo, e non alla curiosa donna, il vaso ripieno non di 
tutti i mali ma di tutti i beni, beni che, rimosso il 
coperchio, sen volano tutti, meno la speranza, là don- 
de son partiti, alla dimora cioè degli dei (3). Ma per- 
chè, si domanda, questo cambiare i mali in beni ? La 
risposta è quasi impossibile, perchè il mito ci ha molto 
d'incomprensibile (4). 

Bellissima per converso è la favola della rondine 
e l'usignolo (5), ricca di sentimento e molto fiorita 
sebbene abbondante di retorica, V unica lasciata nella 
sua forma originale dal depravato gusto bizantino, 
il solo modello che fece sempre desiderare dai dotti 
l'intera collezione delle favole babriane, ridotte nel 



(1) Babrio, 49 ( l'operaio e la Fortuna ). 

(2) Bab., 126 ( il viaggiatore e la Verità ). 

(3) Bab., 58 ( il vaso, Giove e l'uomo ). 

(4) Crusius, De Babr. aet., p. 210. 

(5) A torto, secondo me, il Rutherford, Babr., Intr., p. XLII, dice 
questa favola fredda applicazione della storia di Progne e Filomela per 
illustrare la verità, che è cosa più savia per gli sventurati tenersi lon- 
tani da coloro che li hanno conosciuti nella prosperità. Sono invero troppo 
freddi quest'inglesi ! 



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medio-evo in forma tetrastica da coloro ch'io chiamerei 
col tirannico nome di Procusti delle poesie di Babrio. 
E veramente bellissimo è il detto apologo, del quale 
non si trova alcuno simigliante negli altri favolisti, 
Esopo Fedro ed Aviano; e ciò non solo per V armonia 
del verso, la dolcezza e abbastanza purità della lingua, 
ma anche per quel gentile sentimento che vi domina 
sotto l'apparato mitologico, per il che dovette piacere 
moltissimo ne' tempi del poeta. Più che una favola 
poi essa è un dialoghetto, fatto per illustrare la verità, 
che nelle sventure è dolce conforto la solitudine e il 
vivere lungi da coloro che furono testimoni di tempi 
migliori. — La rondine ( una volta la figlia di Pandio- 
ne), volando pe' boschi, incontra l'armonioso usignolo 
(altra figlia di Pandione e moglie di Tereo), che 
piange il suo Iti rapito in sul fior degli anni. Giam- 
mai s'erano incontrati dal tempo di Tracia, ove av- 
vennero i nefandi delitti. Invitato dalla sorella ad ab- 
bandonare la foresta per abitar insieme con lei presso 
la dimora degli uomini ed essere cosi il suo melodioso 
canto ascoltato non più dagli animali feroci ma dagli 
agricoltori, cosi risponde V usignolo, memore ancora 
delle antiche disgrazie: « Lascia che me ne stia fra 
« queste rocce inabitate e non distaccarmi tu da questo 
« alpestre luogo. Dopo Atene fuggo uomo e città. Ogni 
« dimora e ogni commercio degli uomini mi rinnovetta 
« il dolore delle antiche sventure » (1). 



(1) Babrio, 12, 20 e segg.: 

« la (/.s irrrpatc e^aeNetv àoowjToi;, 



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-58 - 



Dalle quali favole tutte, ben si ricava che Babrio 
ha mantenuto la promessa al giovinetto Branco: gli 
dei, almeno in sogno, sono scesi dall'Olimpo a parlare 
familiarmente con gli uomini; essi han convocati in 
consiglio gli animali; gli animali a loro volta, forniti 
di ragione, han parlato e agito al pari degli uomini. 
Ma accanto a questo genere di favole Babrio altre ne 
ha scritte, che a buon dritto coi retori si possono 
chiamare dramatiche. Esse in verità rispondono a delle 
piccole narrazioni quasi simili alle commedie e i fatti, 
che vi si narrano, per la natura delle cose potevano, 
e taluni possono ancora, avverarsi in ogni tempo e 
in ogni luogo. Quante volte un di facile parola, siccome 
l'ateniese, non inganna e raggira l'uomo tebano, sino- 
mino di dabbene, il quale non sa conoscere i cavilli 
e confutare i sofismi ? Il fanciullo, che ha mangiato 
le viscere del toro sacrificato e teme di mandar fuori 
le proprie, non ci rappresenta davvero tuttodì il divo- 



Se non che è d'avvertire che Babrio in questo episodio mitologico 
segue, più che la comune leggenda (Ovid., Metani., 6, 424 e segg.), l'an- 
tica leggenda attica secondo la quale Progne venne mutata in usignolo 
e Filomela in rondine. Altrimenti come spiegare V usignolo che piange 
il suo Iti ? Bisognerebbe ammettere allora che Filomela e non Progne 
fosse la madre di Iti, come fecero talora i poeti romani Questo, il se- 
guire cioè gli errori mitologici dei poeti romani, potrebbe essere un altro 
argomento a provare l'italianità di Babrio. — Più che tutto questo poi 
è assai probabile, come dissi innanzi, che il poeta a bella posta abbia 
travolto il mito. 





- 59 - 



ratore de' beni dell'orfanello che, obbligato alfine dal 
diritto e dalla legge, si lagna della restituzione ? Con 
ragione il padre e il maestro, per ispiegare ai pic- 
ciolejti figli e agli scolari la grande verità che l'unione 
fa la forza, sovente non disdegnano mettere innanzi 
ai lofo ragazzi un fascio di verghe che, tutte assieme, 
invano si tenta spezzare, mentre ad una ad una facilmen- 
te si rompono. Quanti indegni discepoli di Galeno da 
per tutto non si trovano, che per la loro ignoranza, 
più che conservatori della vita, si potrebbero giusta- 
mente appellare gli alleati della morte ? È certo che 
dovunque si trovano millantatori di grandiose imprese: 
essi »poi, per animo vile, di fronte al leone, da loro 
prima cercato animosamente perchè lontano, impalli- 
discono e battono i denti. L'esperienza ogni giorno ci 
addita le numerose vittime del giuoco: 1' infelice, che 
all'ultima puntata ad un trar di dado perde tutto, per 
la matta brama di ricuperare il perduto è pronto fi- 
nanco e rischiare l'ultima veste d'inverno, unica reli- 
quia di ricca eredità (1). 

Ma di queste favole Babrio ne ha poche: la mag- 
gior parte, già si disse, appartengono al genere stret- 
tamente esopico, e di esse solo quattro hanno per at- 
tori esseri inanimati (2). Bella e alquanto descrittiva 
quella della secolare e gigantesca quercia sradicata 
dal vento e delle fragili canne, che senza fatica si be- 
vono dalla sponda le acque del fiume; magnifica poi 



(1) Babrio, 15, 34, 47, 75, 92, 131 ed inoltre 2, 4, 11,54, 61,116, 
136. Di queste 15, 2, 54, 61, 116 non trovano riscontro in Esopo. 

(2) Bab., 36, 38, 64, 114. 




- 60 - 



quella dell'abete e dell'umile rovo, col quale il superbo 
albero cosi si vanta: « bello son io e per la lunghezza 
€ di ragguardevole statura, e alle nuvole vicino cresco 
€ diritto; io son di tetto alla casa e di carena alle navi, 
€ sono il più magnifico di tutti quanti gli alberi » (l). 

Fra le favole esopiche la nota misogenica non si 
fa punto desiderare: forse è l'espressione di giusti ri- 
sentimenti del poeta per inganni ricevuti. Le poche 
volte infatti che Babrio ricorda la donna, egli te la 
dice egoista, ingannatrice, rovina degli uomini, cru- 
dele, facile a venir meno ai doveri di sposa (2). Nella 
favola il lupo e la vecchia, egli lo manifesta chiara- 
mente. Alla lupa, che domanda al marito perché mai 
secondo il solito nulla porti in casa, il lupo tra mera- 
viglia e sdegno, quasi a se stesso e non alla moglie 
rivolto, risponde: « to3s yap, os ywxixÀ wtoreutó; », « come 
mai lo posso io, che a donna credo ? », cioè: io, lupo, 
nulla stavolta ho potuto portare a casa perchè ho cre- 
duto a donna (3). Se si aggiunge poi che le due favole, 
« Venere e la schiava, — il marito e la moglia infe- 



(1) Babrio, 64, 3 e segg. 

(2) Bar, 10, 16, 42, 51, 116. 

(3) Bab., 16, 10. — Di Esopo sullo stesso argomento si conservano 
3 favole, delle quali una (138, c, ed. Corais) ci ha simile risposta. Or 
siccome dal confronto con quella di Babrio risulta che le due favole sono 
simigliantissime, adoperandoci financo le identiche parole e sol differendo 
perchè l'una è in prosa e l'altra è in verso, congetturo giustamente che 
la favola di Esopo sia stata composta dopo e su quella di Babrio. Per me 
adunque la favola esopiana non è che la versione in prosa della favola 
di Babrio, il risultato di un esercizio puramente scolastico. Essa quindi 
non indebolisce la mia supposizione. — Per la favola adoperata quale 
esercizio scolastico, cfr. Rutherford, Babr., Intr., p. XL. 




- 61 - 



dele », non trovano riscontro in Esopo, si ha un argo- 
mento in più della poetica vendetta di Babrio contro 
le donne. Di certo in una favola esopica non si pote- 
va sperare di più. — Non parlo degli epimiti che sul 
proposito darebbero molta luce, ma per me essi sono 
babriani ma non di Babrio. 

E non di Babrio crede il Rutherford le poche fa- 
vole, ove sdrucciola alquanto la morale; quella poi del 
marito e l'adultera egli e con lui molti altri critici la 
dicono addirittura spuria o dubbia, e per le leggi di 
quantità, da Babrio osservate costantemente in tutte 
le favole meno che in questa, e per la lingua e più 
per l'oscenità dell'argomento (1): a Babrio, educatore 
di un fanciullo pel quale forse a bella posta si com- 
ponevano le favole, era sconveniente proporre per i- 
studio simili indecenze (2). Pure, benché quale edu- 
catore talvolta si mostri più circospetto di Esopo nella 
scelta delle particolarità della favola (3), non deve 
far meraviglia se Babrio, seguendo i tempi, abbia 
scritte quelle favole indegne, senza dubbio, di un fan- 
ciullo, che per giunta è tìglio di re. A sua discolpa 
si pensi per poco ai corrotti costumi dell'impero e 
all'età nella quale abbiamo assegnato il nostro mitiain- 
bista, si respiri per un solo istante di quell'atmosfera 
satura di disordini e di vizi, e si vedrà allora che le 



(1) Babrio, 40, 48, 54, 110 e 116 (il marito e l'adultera ). Di queste, 
fuor della prima, non si trova riscontro in Esopo. 

(2) Rutherford, Babr., Intr., p. XLI11 e XC e seg. — Nella pag. 
108 poi, parlando della favola a il cane e il padrone » così si esprime: 
« Sed si Babrius ita scripsil magister, discipuli me miseret Branchi ». 

(3) Cfr. B. 5 ed Es. (Halm) 21; B. 32 ed Es. 88. 




— 62 - 

favolette babriane in discussione non si riducono che ad 
un semplice « AtVo)7retov ysXoiov », a delle nugae canorae 
un po' oscene. E qui ben osservò il Crusius: se alcuno 
seguisse l'esempio del Rutherford per Fedro e Romuk), 
le cui favole, è certo, si leggevano spesso e con pia- 
cere nelle scuole, egli farebbe una spaventosa strage 
d'innocenti (1). La favola 116 pertanto, per taceredelle 
altre, per la nota semplicità, la consueta eleganza, 
T ordine nell' esposizione, la soavità della lingua, la 
fluidità del verso, oltre l'osservanza della metrica ba- 
briana e, se si vuole anche, il voluto eufemismo dell'ul- 
timo verso, ci obbliga ad assegnarla alle favole di Ba» 
brio riconosciute genuine dal comune consenso di tutti 
i critici. Cosi si può dire anche delle altre, le quali 
tutte, meno quella del cammello, si trovano nel solo 
codice di S. Laura (2); ragione importante questa per 
sostenere la genuinità di dette favole, finché non sorga 
alcuno che chiaramenti dimostri il contrario. 

Oltre a quanto si è detto, una delle principali no- 
te delle favole esopiche di Babrio si è Tessere la mag- 
gior parte di queste l'amplificazione e I' illustrazione 
di conosciuti proverbi greci. Infatti, per parlar solo di 
talune, del proverbio « oJ* eipu toutcùv t<3v Topciov », che ha 
una qualche reminiscenza nella conclusione della fa- 
vola « l'ateniese e il tebano », mostra per contrario 
una chiara applicazione la favola dell' eroe abile solo 
a dispensar malanni (3). Ercole, che dice al bifolco, 



(l) Crusius, Babr., Proleg., p. LXXI. 
(tf) La fav. 116 si trova anche nel codice Vaticano. 
(3) Babrio, 15 e 63. — Crusius, De Babr. aet., p. 234 e segg. — 
Rutherford, anche per tutti gli altri proverbi, Babr., lntr., p. XL1II e_segg. 



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- 63 - 



cui era caduto il carro in un profondo burrone, di 
mettere la mano alla ruota, di pungere i buoi e in- 
vocare gli dei quand'egli stesso si sarà aiutato, mostra 
la verità del bellissimo proverbio « <rùv 'ASvjva *ai x £ *P a 
xivei», da Eschilo cosi parafrasato «otocv gtcsu&y) tic aÙTo's, 
ywSeòs £uva7TT£Tat», e corrispondente al plautino «sine ope- 
ra tua nil di horum facere possunt » e al notissimo italia- 
no «chi s'aiuta, Dio V aiuta » (1). Il grazioso proverbio « o?<p 
Irmw ìtz ovous», o, più breve ancora, «i7ftcòu y>ipas»,ha fa- 
cile richiamo nelle due favole, l'una del vecchio cavallo 
che, memore delle sue gloriose corse, lamenta alfine 
l'essere ridotto a girare fra ristretti limiti la macina 
d'un mulino; l'altra, assai bella e descrittiva, del ca- 
vallo che, finita la guerra, è adibito al trasporto di 
tronchi d'alberi ed è nutrito di poca paglia, onde, e- 
stenuato di forze, all'imprevidente padrone, che al nuo- 
vo grido di guerra il cavalcava per le battaglie, potè 
dire: « va ad arruollarti tra* pedoni opliti: tu dunque 
« da cavallo ad asino mi mutasti, come d'asino mi farai 
« ridiventar cavallo?» (2). La lepidissima favola della 
bertuccia, che stringendo fra le braccia il suo bello 
scimiotto, pieno di peli e dal naso camuso e alla cui 
vista gli dei scoppiano a ridere, nè essa per questo 
retrocede ma aspetta il premio da Giove, perchè agli 
occhi suoi il figlio suo è il figlio più bello di tutti gli 
animali (3), ha un facile riscontro in un pensiero, che 
aveva già assunto la forma proverbiale sin da' tempi 



(1) Babrio, 20. 

(2) Bab., 29; 76, 17 e segg. 

(3) Bab., 56. 



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— 64 - 



di Epicarmo: non è da meravigliarsi dell' agire della 
bertuccia 

X.OLÌ fàp & wjtùv xuvt 

xàXXidTov etasv cpaìverai xat ($ou; fio?, 
ov55 S' ovw xàXXt<rrov, 3; 8 £ 3yiv Si. 

È proprio dei topi, cosi almeno l'han descritto sempre 
i favolisti, amare la leccornia; tal qualità e il proverbio 
epicureo «y>05cu(/.sXtxat 7cvt£arc<>» hanno un riverbero nella 
favoletta del sorcio, che, soffocando nel brodo, vicino 
a spirare: « ho mangiato, - dice, -ed ho bevuto e d'ogni 
« delizia mi son saziato: è tempo per me che muoia » 
(1). — Il greco « tou 7wcTp8s tò rcai^i'ov », corrispondente 
all'italiano « quale il padre tale il figlio », può benis- 
simo applicarsi al mulo che va superbo della madre 
sua. Poveretto ! egli abbassa gli orecchi al ricordo 
del padre asino (2). — E cosi si potrebbe dire di molte 
e molte altre favole, che giustamente si possono con- 
siderare come amplificazioni di noti proverbi (3). 

Più che a proverbi, però, per la favola del leone 
ammalato (4) pare che Babrio abbia attinto ad una 
sorgente più pura ed antica. Ai tempi primi di Atene 
infatti si trova un evidente accenno alla detta favola. 



(1) Babrio, 60, 3 e seg. 

(2) Bab., 62. 

(3) Rutherford, Babr. t Intr. f p. XL1II e segg., ove si rileva ap- 
punto che molte altre favole ( 21, 37, 42, 48, 61, 69, 75, 76, 87, 90, 
94, 98, 99, 100, 115, 127 ) si possono più o meno considerare come 
amplificazioni di proverbi. — Cfr. inoltre Crusius, Babr., p. 428 alla 
voce proverbia, 

(4) Babrio, 95. 



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- 65 - 



Solone, « il fiero avversario della tirannide pisistratica 
ch'egli bollava a fuoco nei suoi potenti versi » (1), pa- 
ragona al credulo cervo i suoi concittadini, i quali, 
accogliendo Pisistrato qual tiranno, non avevano che 
seguito a' calcagni V astuta volpe fino all' antro del 
leone (2). Forse da quel sapere volgare trasse Babrio 
una delle sue più belle favole, la più lunga di tutte 
e con arte dramatica condotta: dessa sembra davvero 
un piccolo poema e si può dire il suo capolavoro. Con- 
ta 102 versi, ciascuno de' quali scorre con elegante flui- 
dità: la maniera descrittiva poi, il bell'uso degli ag- 
gettivi, la scelta di quelle particolarità che individuano 
meglio la posizione dramatica, la naturalezza del dia- 
logo, la metrica, tutto insomma ci rivela l'arte babria- 
na. La volpe, che rappresenta il protagonista, risponde 
a puntino al concetto che di siffatto animale con l'aiuto 
della fantasia poetica si è incarnato da tempo remoto 
nella fantasia popolare: doppia, astuta, perfida. Il cervo 
è sempre 11, il semplice, che si fa abbindolare dalle 



(1) Così L. A. Michelangeli, / tempi e l'opera di Simonide Ceo, p. 1. 

(2) Rutherford, Babr., Intr., p. XXVII: 

utAi'uv o* il; u.iv Exatrro; àXwttsxo; txvsat (tatvst, 

^wuwraaiv 8' óaTv xoucpo; Iveart Wo;* 

eì; f àp -yXwcaav ópSrs xai eì; etto; aió'kot é«8pó;, 

Il Concàto, Saggio di un testo e commento delle Fav. di Babrio, 
p. 31, fa notare che nel Pancha - tantra, i IV, p, 2, si trova una favola 
simigliante a questa di Babrio, come fecero osservare il TjVagener e il 
Werner. 



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- 66 - 



magagne volpine e da se stesso quindi si porta all'an- 
tro del leone per riportarne le orecchie fesse la prima 
volta e la seconda un'ingiusta morte. 

Anche la favola della volpe, che con la sua coda 
in fiamme porta l'incendio alla messe matura, più che 
in altro pare abbia fondamento nell'esperienza tradi- 
zionale popolare; potrebbe anche essere il frutto del- 
l'esperienza propria o quello dei propri studi. È certo 
che nei giuochi in onore di Cerere era solito legarsi 
torce alle code delle volpi, che poi si lasciavano libere 
per la campagna. Poteva benissimo accadere che per 
tale inconsiderato costume ne avvenissero spesso fatali 
incendi; a conferma di che Ovidio, sia vero o no, nar- 
ra appunto d'un giovinetto su' dodici anni che per tal 
modo bruciò in Carsèoli dei Peligni il frumento del 
vicinato (1). — AH' esperienza tradizionale popolare 
ancora, pur bevendo in Esopo, io credo che il nostro 
poeta abbia attinto per la graziosa favola della ron- 
dinella, che piange i suoi diletti divorati dal serpe 
nella casa stessa dei giudici. La sventura e il dolore 
del peregrino uccello bellamente dimostrano la vecchia 
e sempre nuova verità che le leggi sovente non sono 
d'usbergo all'innocente e al perseguitato: spesso, sic- 
come della rondine, sotto gli occhi stessi della giusti- 
zia si è vittima di evidenti ingiustizie. «Ahi,- piange 
€ e dice Taffìita rondine, -destino che è il mio! cosi 
€ dove son le leggi e la giustizia, di là la rondine vit- 
« Urna fugge delV ingiustizia » (2). 



(1) Ovidio, Fasi., IV, 681 e segg. 

(2) Sabbio, 118, 9 e segg. 




- 67 - 



E cosi il poeta al suo solito, con bella grazia, elegan-. 
te concisione e verso quasi sempre scrupolosamente cor- 
retto, a tutti fa gustare i suoi apologhi. Molto bene adun- 
que il Dubner il chiamò elegantissimo poeta, chè veramen- 
te nell'uso degli aggettivi Babrio riesce delicato e talora 
incisivo, dolce nel modo di dire, negli accenni mitologici 
ed astronomici opportuno, nelle descrizioni gentile e 
qualche volta animato (1), nel dialogo sostenuto naturale 
e al bisogno efficace; né difetta egli di una certa ar- 
guzia e lepidezza, che confina con la satira ed anche, 
se si vuole, con l' indecente, effetto questo dei tempi. 
Ma la prima dote, la virtù eminente di Babrio, rico- 
nosciutagli da tutti, si è la sua mirabile semplicità, 
otpeXeta. È questa una delle principali doti del discorso, 
della quale sin dagli antichi retori si parlò ognora 
con interesse (2): Babrio di tal dote appunto fece il 
suo merito principale. Alla lettura di qualsiasi apologo 
babriano infatti, ciascuno immantinente si avvede co- 
me tutta procede con una disinvoltura affascinante: la 
musa, si direbbe, semplicemente vestita ma linda o- 
gnóra, incede con passo sicuro ed aperto e senza pun- 
to curarsi, per voler sembrare troppo bella, d'inutili 
ornamenti. Le particelle congiuntive, ad eccezione delle 
più comuni ed indispensabili, sono sparite del tutto. Si 
legga, ad es., perfino la prima favola « l'arciere e il 
leone ». Sembra si parli familiarmente: 



(1) Babrio, 72; 76, 11-15; 77; ecc. 

(2) Ermogene di Tarso, IIspì tòswv, II, 3. 




- 68 - 



v Av5ip<i>7ros rXStv et; opo; xuvr^in<j<«>v, 
tó?ou psXffo euTreipo;* rv Òi twn £wù>v 
^pupi te iràrrwN *aJ cpópou Spóuo; 

TrXrpyi;. 

Xiwv 8è jxouvo; irpoùxaXEirto 3ap<nQ<ra; 
auTù> jxà^eaSai. « jasTvov » sire « [wfc 
a-rrewari; » 

avSpwTro; aùrw, « taiS' iTreX^taTi; vijcy/ 
tw 6' à^Y*^^ f* 50 TrpwTov evru^wv -pwari 
Tt aot ttoiyits' i<mv. » eira to^susi 
{Mxpòv Staara;. uiv oiaxò; e*pucpI5iQ 
Xéovro; O^paT; ^oXàatv* ó 8i Xswv Sstaa; 
wpu.Yj(Te cpeu^stv s; varca; epinw.ata;. 
xtX. 



Un uomo andò su d' un monte 
per cacciare, nel tirar dell'arco e- 
sperto; fuvvi una fuga fra tutti gli 
animali e di terrore la corsa fu 
piena. 11 leone solo, fatto coraggio- 
so, lo (= l'uomo) sfida al combat- 
timento: a Aspetta, gli dice l'uomo, 
« non V affrettare, nè contare sulla 
« vittoria; nel mio messaggiere dopo 
» esserti incontrato, conoscerai ciò 
« che ti resterà a fare ». Quindi, po- 
stosi un po' in distanza, scocca l'ar- 
co. E la freccis si conficcò del leo- 
ne nell'umido fianco, e il leone 
spaventato si precipitò a fuggire 
pe' selvosi monti solitari. Ecc. 



Nè deve trascurarsi un'altra dote del nostro poeta, 
la varietà, ond'egli sempre nuovo riesce e nelle paro- 
le e nella forma della favola, quantunque non una ma 
più volte tratti il medesimo argomento. Sulla moralità 
che l'esser piccolo e sconosciuto è spesso farmaco po- 
tente contro le disgrazie, e che per contrario la gloria 
cresce e fiorisce fra molteplici pericoli, ecco il poeta 
comporre la favoletta del pescatore dalla cui rete 
scappano i piccoli pesci, e poi narrare la guerra delle 
donnole e i topi riuscita fatale ai capitani di questi 
ultimi perchè ornati di superbi pennacchi, e in ultimo 
indicarci quale sia la fine del superbo abete, vittima 
dell'accetta e della sega (1). Come dannoso riesca il 
volere imitare i grandi Babrio tei dimostra e col .ro- 



ti) Babrio, 4, 31, 64. 



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-ea- 



spo, che vuol ingrossare qual bue, e colla lucertola, che 
si spezza nelPimitare il serpente, e col nibbio, che per 
nitrire perde il primiero suo grido (1). È indubitato 
che spesso l'uomo insaziabile si pasce di vane speranze 
e però di frequente perde il proprio per voler l'altrui, 
ed ecco la favola del capraio che per aversi le capre 
selvagge perde queste e le proprie, quella del cane 
che lascia nel fiume la carne in esso riflessa, e final- 
mente l'apologo di quell'insensato che per bramar trop- 
po si rimane e senza gallina e senza uova d'oro (2). 
« Vis unita fortior » (3) « concordia res pawae ere- 
scunt » (4), ebbene il leone, divisi i tre tori, separata- 
mente li uccide; i figli dell'agricoltore spezzano ad u- 
na ad una le verghe che a fascio non erano riusciti 
a spezzare, il cane acheo arringa i suoi sull'armonia 
fra loro se superare vogliono i lupi nemici (5). Gatta 
ci cova nelle parole melate del malvagio e nei costui 
amichevoli inviti: guai a chi non sa difendersi! e il 
cervo sperimenta a bocca asciutta la sua stoltezza, il 
cervo paga la sua semplicità fra le zanne del leone; 
ma il montone più prudente con lo sventare le trame 
dei lupi rapaci salva il suo gregge, la gallina più 
scaltra invita la donnola a partirsene, il toro più a- 
stuto non interviene al banchetto del re della foresta (6). 



(1) Babrio, 28, 41, 73. 

(2) Bab., 45, 79, 123. 

(3) Proverbio. ^ 

(4) Sallustio, De bello iug., 10, 6. 

(5) Bab., 44, 47, 85. 

(6) Bab., 77, 95; 93, 121, 97.— Si osservino ancora per la ghiottor- 
nia 34, 60, 86; per la vanagloria 114, 120; ecc. 



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Cosi si potrebbe continuare e ognora più far manife- 
sti i molti pregi de' quali va adorno il poeta Babrio. 
Non fa meraviglia pertanto se, appena scoperto il pre- 
zioso codice del Monte Santo, non pochi dotti si die- 
dero a volgerlo in altre lingue. F. Boissonade fu il 
primo che il volse in latino, Parigi, 1844; lo stesso 
anno A. L. Boyer lo volse in francese e nella stessa 
lingua il 1847 E. Sommer. In tedesco il tradussero 
Hertzberg, Halle, 1846; Ribbeck, Berlino, 1846; Artung, 
Lipsia, 1858. Solo in italiano, per quanto mi sappia, 
non e 9 è traduzione intera alcuna, salvo che, prima 
della scoperta athoa, i frammenti furono volgarizzati 
in versi latini e volgari di vario metro da Azzolino 
Malaspina, Napoli, 1765, ed or non è molto il Caccia- 
lanza tradusse alcune favole che si leggono nelle « Poe- 
sia greche » del Romizi, mentre 13 ne tradusse il Roc- 
co perchè tante se ne trovano tra le prime 203 favole 
esopiche dell'ediz. Halm, le sole da lui tradotte, e 28 
il Marchiano, perchè appunto a 28 sommano le favole 
di Babrio comprese nell'intera collezione esopiana dello 
stesso Halm (1). Pertanto ancora é desiderabile una 
traduzione italiana di tutta la preziosa collezione ba- 
briana (2). 



(1) Eocco E., Traduzione italiana delle favole di Esopo, Napoli, 
Chiurazzi, 1888. — Marchiano, Le favole esópiche recale in ilal, Briola. 
Milano, 1898. 

(2) Per seguire il consiglio del mio illustre maestro L. A. Miche- 
langeli, a cui devo, e qui gliene rendo pubblico attestato di riconoscen- 
za e di affetto, il primo nobile impulso allo studio di questo gentile poe- 




c) - Lingua 



Com' è naturale le favole di Babrio sono scritte 
nella lingua del tempo nel quale si è supposto esser fio- 
rito il poeta, cioè nel greco del secondo secolo d. C. 
e gl'inizi del terzo. I sufficienti elementi linguistici 
determinanti siffatta epoca più che ad altro condussero 
appunto Teodoro Zachariae « De dictione bàbriana > 
ad una tale affermazione. Ciò non toglie però che nei 
mitiambi non si trovino vestigi di ionico ed alessan- 
drino e anche di scrittori del terzo quarto e quinto 
secolo a. C, imperocché è certo che Babrio come co- 
nobbe per bene il cosi detto dialetto comune, adope- 
rato dai Greculi del tempo, cosi lesse con amore se- 
condo il costume d'allora gli scrittone i poeti antichi. 
Pertanto accanto a vocaboli e forme recenti e collo- 
cazioni di parole proposizioni e periodi a mo' dei con- 
temporanei del poeta, si trovano degli elementi antichi, 
che chiaramente addimostrano l'amore di Babrio per 
Omero, Esiodo ed altri scrittori dei periodi primi della 
letteratura ellenica. Né però la purezza e la leggia- 
dria del dialetto attico possono trovarsi in Babrio, la 
cui lingua partecipa appunto di altri dialetti e talvolta 
financo dell'ignoranza del significato vero delle parole. 



ta, tanto ingiustamente negletto in Italia, da qui a non molto pubbli- 
cherò la traduzione di tutte le favole e un* edizione del testo ad uso 
delle scuole. 





— 72 - 



Un elemento prevalente però è senza dubbio V e- 
lemento ionico, coinè chiaramente si dimostra osser- 
vando alquanto i mitiambi. Difatti è in questi che si 
riscontra rispetto alla fonetica 

spesso Pion. yj per l'att. a, come (21, 4), aWpvjTos 
(95, 64), ecc., per *tav, àWpaxos, ecc.; — il dittongo 
ion. ai per l'att. a, come afcros (5, 7) sempre per osto?; 
— il dittongo et per e, come crzmg (108,22) accanto a 
(ttsvo's (86,6), xpweioc (pr. I, 2) accanto a ^puVsos (pr. II, 
7), sfptov (51, 9) per sptov, ecc.; — ou per o, come [xou- 
vyj (xouvov (106, 28; 25, 4) accanto a (xovyj (/.o'vov (58, 7; 
20, 4), vou<7os (103, 3) accanto a vcfeos (75, 9), oupeu's (129, 
24) per opeuc; — oi per o, come Ttotvj (95, 11) per ttoyi 
(46, 6) = ™'a; 

inoltre la tenue t per l'aspirata 3-, come aure? (88, 
13) accanto ad au&tg (76, 19); — la dentale muta, in- 
vece di elisa, assimilata al e seguente, come wowi'v 
(19, 4) da ™$-<7tv accanto a noafa (67, 2); — la guttu- 
rale non fusa coli' t, come Tofytov (45, 4) accanto a 
S&aov (127, 10); 

ancora la contrazione spesso non ammessa. É 
questa una delle differenze principali per cui il dialet- 
to ionico si distingue dall'attico. Si trova pertanto (poto; 
(116, 4) accanto a <jx5s (107, 15), oU sempre per oh; — 
Tnpiwv (90, 2) per %<ov (25, 10) od %<3v, wféate (88, 10) 
accanto; a ayiq (31, 9 — aetòo pr. (II, 16) accanto ad 
a&ùv (135, 3) e a<rets (12, 13), afoso donde 7)t£ev (72, 14) 
per l'att. oWo, èolv (36, 7) accanto ad <5v (53, 6), ecc. 

Ma più visibile ancora che non rispetto alla fone- 
tica è la presenza dell'elemento ionico in riguardo alla 
morfologia. Pertanto si nota molto facilmente 



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— 73 - 



nella declinazione in a, V ot primitivo preceduto- 
da t e p mutato in y) in tutti i casi della declinazione,, 
p. e.: (pr. I, 2), Tdrpn (pr. I, 9), eT<xtpet7) (pr. I, 

13), xhyjh (10, 1), <Spyj (11,6,) x*P* 08, 1) e cosi euvo^ 
ep7i[Aai7i, Sn'pr), Se ikxin, xwpY), ecc. per ^pussta, rarpa, era i^- 
peta, ecc.; 'Ep^tV (30, 1) accanto ad e Epf/.eia (48, 3); 

nella declinazione in o, il gen. sing. omer. ow> in- 
vece di ou, come oupavoFo (72, 1) per oupavou, To£oto (68 r 
6) accanto a tó£ou (68, 10); — il dat. pi. ot<ri per 015, 
come pigolai (128, 11) accanto a [xe<rots (128, 8), lóyoun 
7iroi7)Tor<Tiv (95, 37) per loyoig 7rotY)Tot$ (15, 12), ecc.; 

nella declinazione in consonante, Ve dei temi in su 
avanti vocale allungato in n, come (*a<n}tf<x (95, 77) per 
{ìaaiXe'a, oupYj'eaatv (129, 24) per oupeucnv; e così anche 
ttoXyjxs (70, 6) per rcóXeas = att. 7uo>>eis; — il dat. pi. eroiv 
per <nv, come il precèdente oupyjWiv per oupeuaiv, ecc» 

Né, al par del nome, il verbo si mostra alieno 
dal seguire il dialetto ionico, specialmente l' ionica 
antico. Gl'imperfetti infatti e gli aoristi si trovano in 
Babrio anche senza aumento come in Omero; cosi 
efr&et (91, 4), xaStxsTeue (95, 47), eXa ? puvS7> (111, 6). — 
Ciò può dirsi ancora delle forme dei piuccheperfetti, 
come Y e pP axei (46, 10), persesi (4, 1; 79, 5), (^fJiwniW 
(111, 16), TeSnpeu'xsi (138, 1), <re<ywpeuxei (140, 2), salvo 
che non si voglia ammettere che queste siano forme 
con aferesi. — Anche gli aoristi di taluni verbi puri, 
che nella formazione del tempo serbano breve la vo- 
cale finale del tema, hanno come in Omero <x<x invece 
di <x; cosi x^'^s (12, 21) per yv^s accanto a guprac 
<44, 5), eipuW$ (122, 7) per eip u<ra «; "~ * l verbo etp.iT ac- 
canto al frequentissimo e? (75, 21; ecc.) ci ha l'omerico 



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— 74 — 



«W (77, 7), e accanto al più frequente <Sv (53, 6; ecc.) 
anche e<óv (139, 6), ecc. 

E che le favole babriane siano cosparse di ionico 
antico ben lo dimostrano ancora le molte voci, che, 
colte quasi esclusivamente negl' immortali poemi del 
meonio cantore, furono dal nostro favolista inserite 
ne' suoi dolci coliambi. Tali sono à|j.7)TY)'p « mietitore » 
<88, 15), Xami «banchetto» (32, 9), spara «viscere» 
{34, 5; 95, 96), eptSatvco « gareggio, contendo » (68, 3), 
ovS-os «escremento» (40, 2), <rn'(Ì7) «brina» (12, 16), 
v\rizig «selvoso» (95, 6), utco(ìXiqoV aw. «interrompendo 
il discorso» (95,66; 11. 1, 292), TotyiY)sis «molto ardito» 
<92, 1), <pu£a «fuga» (31, 16; 95, 41), delle quali parole 
tutte ed altre non poche (aty vuv fupev 25,9; <ppY)Tp7) 31, 
•9; yiipas Xwuapóv 103, 10; ecc.), Babrio a suo beli' agio 
fece frequente uso, forse, come dice il Rutherford (1), 
o per dare un'apparenza di vecchio mondo ad un rac- 
conto del vecchio mondo come nella gara fra Giove 
e Apollo, o per produrre umoristici contrasti, propri 
della parodia, come nella battaglia dei topi e delle 
donnole e nella storiella delle lepri e delle rane. 

Ma nei coliambi di Babrio non si trovano soltanto 
vestigi di Omero. Zachariae, dopo il Boissonade Keller 
ed Eberhard, dotti ed accurati illustratori della lingua 
babriana, dimostrò brevemente si, ma pur egli dotta- 
mente, che Babrio si fu imitatore di Esiodo e Pindaro, 
dei tragici e comici della grande epoca ateniese, dei 
poeti alessandrini Teocrito, Licofrone, Callimaco, Apol- 



(1) Rutherford, Babrius, Intr., p. LXI. 





-Te- 



lonio, Nicandro, e che inoltre egli ha molto di comune 
con Polibio, Dionisio d'Alicarnasso, Diodoro Sicheliota^ 
Plutarco, Appiano, Luciano ed altri non pochi scrittori 
del secondo e terzo secolo delFe. v. (1). Ad ogni modo 
Babrio ha siffatte proprietà da permettere all' occhio 
acuto del critico il distinguere la sua lingua da quella 
di qualsiasi altro scrittore. 

Ed anzitutto egli ci ha degli a7ra£ Àsyofisva, che 
fuor di lui in nessun altro autore si trovano, sia pure 
lessicografo o grammatico. Tali sono r) ouvSouXyj «schiava 
con altri d'uno stesso padrone » (3, 6 e una sola volta 
in Erod. I, 110), ofy3Y£co « carico » (8, 1), cfywAo^Axfytv 
«degli speroni ricurvi » detto del gallo (17, 3), ó*XaS«m 
avv. «appiattandosi » (25, 7), aXsTo's « pistrinum » (29, 
]), £coayptos «dato in ricompensa per aver salvata la 
vita» (50, 15), ouvajìoXsfa) verbo che s'incontra solo in 
Esichio « m'incontro con », Siapyeps « di due colori » (85 
15), veo'Spojjios « recentemente corso » (106, 15), avTt£a>ypec«> 
«salvo a mia volta la vita» (107, 16), p3-ia£o(/.at — 
pSe'o[/.ai «loquor» (pr. II, 13), ecc. (2). 

Né in Babrio mancano delle parole e delle costru- 
zioni insolite, ond' egli si allontana volentieri, sebbene 
talora per licenza poetica, dagli scrittori attici. Eppe- 
rò la voce omerica <pp££ (93, 7; 95, 59), propria dell'in- 
cresparsi delle onde marine, in lui si trova adoperata 
ad esprimere il subito diventare ispido dei peli del 



(1) Zachariab, De ixct Babr., p. 3-16. 

(2) Per altre voci rare e singolari, che si trovano in Babrio, cfr. 
Zachariae, De dict., babr., p. 16 e seg.; Crusius, Babr., p. 308-415, 
Yoci segnate col segno §. 





— 76 - 



montone e del cervo, al rivedere questo tra il folto 
bosco la perfida volpe in cerca della sua rovina, al 
vedere quello accettare dalle credule pecore la sleale 
proposta dei lupi a danno dei cani e del gregge in- 
tero. Per dire che il bifolco, in cerca del suo toro 
perduto, promette agli dei, se '1 trova, di sacrificare 
un agnello, Babrio invece della voce propria dei sa- 
crifizi 5iK7ta, o altra simile, adopera XoifW (23, 5) pro- 
pria delle libazioni. Così aoupeu's, propriamente il « bar- 
biere », serve in Babrio (51, 10) a denotare il « tosa- 
tore di pecore »; <ruXoc (2, 12), « furti in genere », gli 
iepoouXtai « furti in templi »; cosi ffcipoxos (108, 18) è 
usata per « canestro » sebbene in questo senso sia vo- 
ce non attica, <pom£ (108, 18) è adoperata per il frutto 
della palma siccome appunto dagli scrittori della tar- 
da grecità. 11 verbo Suctouv « fare in forma di rete » 
solo presso Babrio (107, 11) significa « pigliar cou le 
reti »; cosi parimenti atTpta£o>, da altri adoperato nel 
significato transitivo di « f o sereno», in Babrio (45, 9) 
è adoperato intransitivamente nel senso* di « son sere- 
no ». Anche éra^o) ha per Babrio un significato proprio: 
oltre di « indugiare » (84, 2; 108, 24), esso pur non 
reggendo altra parola, ó^a^ixov o Siàvoiav o vouv o yvci- 
piv, ha per ben due volte (26, 5; 50, 11) il senso di 
€ rivolgo l'animo, l'attenzione, considero, pongo men- 
te », e ciò a mo' del latino « adverto » per « animum 
adverto, animadverlo » (1). Molto più importante è 
l'uso del tutto insolito e babriano del verbo epurav 



(1) Cru8ius, De Babr. aet. 9 p. 178— Rutherford, Babr. 9 Intr., p. LX1V. 



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77 



^10, 8; 42, 3; 97, 3) per Xeftóai « pregare di far q. e, 
invitare »; cosi pure di «poveiv « parlare » (2, 11; 76, 12) 
per xTjpuWiv « annunziare » e <7aW£eiv « annunziare 
-a suon di tromba ». Co' verbi poi 5p<irxa> « balzo da, 
mi sprigiono da » (82, 3), péw « scorro » (119, 5), or*- 
£co « stillo, cado » (72, 5), coi quali si sarebbe aspet- 
tato un dativo, Babrio adopera il gen.; con fyawXouv 
« spiegare, distendere » (139, 1) però, oltre il gen. an- 
celle il dativo.— Assai più libero è Babrio nell'uso degli 
avverbi: egli, invece della voce propria, assai spesso 
-adopera per avverbio Paccus. neutro degli aggettivi. 
Molto amico è inoltre del ppf. eurnfreiv, usato talora 
invece dell'ausiliare efvai. 

Altra proprietà della lingua di Babrio si è 1' es- 
sersi questa allontanata non poco da quella degli at- 
tici scrittori. Né poteva il poeta fare altrimenti, ché 
.se anche fosse stato del più puro sangue ellenico e un 
greco de' greci della più retta educazione, egli sareb- 
be stato costretto dalle circostanze a seguire nel lin- 
guaggio la tendenza generale degli uomini di allora 
-e ad usare quindi delle parole e delle costruzioni già 
-condannate dagli Atticisti. Egli è per questo che nei 
coliambi si trova cfySt&o (8,1) «popTt'&o (111,3) e yojjiow (111, 
9) per il classico Tarasi o tov <poprov, esimili, àvaTt'57)[/i 
Ttvi « carico q. c. ad ale; » apoTpeuw (21,5) e àporptaw (55, 
2) nel senso di àpoVo « aro »; [/£<Tim>'(o (39, 2) (1) per 
&ixi?y&> o Xiatr/jT/i yt'-ptopai « fo, decido da arbitro»; 



(\) Il verso, nel quale trovasi la voce {aujitiu**, non si crede con 
intta sicurezza di Babrio. 



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— 78 — 



^aX^co (51, 4) nel senso di m'pw (51, 3, 10; ecc.) « toso»^ 
7uu[/.a£a> (58, 2) di kWco «chiudo»; dtTeuco (100, 4) per 
(TtTt^a) o 7rtatvci) (107, 5) « rendo grasso »; ecc.; ed inoltre 
i nomi ot*oXs'<nrotva (10, 5) per oucou Xé<T7rotva «padrona 
di casa», [jucyeipetov nel doppio significato dì «cucina» 
(79, 1) e di « preparativi per cuocere » (79, 12) per 
Ó7wTavetov «cucina», otxoWos «che mangia in casa» 
(108, 4) e orxoTpi^ (127, 2) corrispondente al « verna» 
lat. « schiavo nato da una schiava in casa del suo- 
padrone, schiavo di casa » detto poeticamente del to- 
po di città; supera (pr. H, 2) per sup-y^a « invenzione», 
$yog (124, 10) per ^ « suono », ó[/.a>po<pog (12, 15) per 
ó[xa)po9to$ « vivente sotto lo stesso tetto », vmpfhpùq (47,1) 
da tkspy^paog per u7rspyyjpcos att. « assai vecchio », ecc. 
(1), forme tutte, invero molto numerose, onde Babrio 
si distingue da' più nobili scrittori attici, presso i 
quali, puri per quanto si voglia, s' incontrano qualche 
volta anche delle forme non attiche. 

Anche numerosi sono in Babrio i vestigi del gre- 
co volgare. Epperó facilmente vi trovi tra' sostantivi 
Sc3[xa due volte (5, 5; 125, 1) per ffxéyos « tetto», yófzos 
«carico di nave» per «soma d'asino» (7, 11), sayy) 
«armatura d'uomini » per « basto per asini » (7, 12), 
Spofzwv (45, 11) accanto a Spu[ufc «selva di querce, sel- 
va », la cattiva forma ra^eiov (108, 2) per Tajjuetov 
« dispensa » foyUaZ « talpa » (108, 13) per à<77w&a£ 
gk&\xZ (7<pàXa£, ecc.; tra gli aggettivi itìApnq di uso fre- 



(1) Rutherford, Bahr., Intr., p. LIX. — Zachariae, De dict. babr. r 
p. 21 e segg. 




— 79 — 



quentissimo (1, 3; ecc.), tra' verbi <Sv<xto (45, 14) per 
cTvtito, [/.v^raco (50, 16) per (lipoma, otàac (63, 12) per 
Veda, 7tpoxo7rrfc> intransitivamente « progredisco » (111, 4) 
per em&tòofxai, e ancora ixifijtù «spiro, muoio» (115, 
li) per a7w0^u^a>, o\LÙl(a e %$OGO[J.Ckiiù Ttvt o Tupo's Ttva (pr. 
I, 11; ecc.) per «favello con» nel qual significato, 
quantunque si trovi nei primi scrittori, assai più spesso 
nondimeno fu adoperato dagli scrittori di più tarda 
^tà fi). 

Non ultima tra le proprietà della lingua di Ba- 
brio, anzi possiam dire la prima di tutte, si è la 
semplicità, della quale già si è parlato e cbe ovun- 
que apparisce: parole, proposizioni, periodi, le fa- 
vole intere fin dal loro primo verso chiaramente addi- 
mostrano questa eminente dote di Babrio. La voce h 
pertanto, e per essa talvolta eìonfccsi o efysv, apre qua- 
si sempre la narrazione: 5, 1 ilz/^opiGM^v riv piyri Tava- 
ypato>v; 24, 1 yà(/.oi [xev r)<rav 'HXi'ou; 75, 1 farpog riv irzyyog* 
88, 1 xopu&x^Xos tqv tic; 119, 1 £u'Xivov tic e Epp>v st^sv -flv 
Te^vtryjc; — 48, 1 sv 6<Ìg> tic 'Eppic TSTpòcytovoc siVnftxei; 
122, 1 ovoc 7?aTTQ<7ac <7*o'Xo7ra yiùkòg eiVnQ>cet; — 7, 1 av3*pw- 
tcoc ?7nrov sfye; 9, 1 aXteu'c tic auXouc efys; 31, 1 yaXat 
7:ot et^ov; 42, 1 Xenuvov tic sfye; 136, 1 utov [/.ovoyevr Set 
Xòc efys 7rps(jpuT73c (2). — Oltre a questo privilegio di 
esordire per amore di semplicità la narrazione della 
favola, il verbo syw spessissimo è adoperato da Babrio 
per altra parola e non poche volte a forma di peri- 



ti) Cfr. Zachariae, che parla ampiamente di óptXsw e di moltissi- 
me altre voci, De dict. babr., p. 23 e seg. 

(2) Cfr. inoltre 33, 1; 47, 1; ecc.— 77, 1; 85, 1.— 25, 1; 51, 1; ecc. 



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— 80 — 



frasi in unione di sostantivi, come 7ro>£f/.ov e^eiv [(31, 1 
e 2), <tuv5tq>c7)v e^etv (33, 16) per *uvr©ter5ài; etpiQV7)v e^etv 
102, 9) in opposizione a 7roXe[/.efv, écc, (1). Né perciò si vien 
meno alla voluta semplicità, in Babrio amica spesso 
dell'asindeto (2) e quasi mai disgiunta dalla brevità, la 
qual'ultima dote solo in rare eccezioni viene dal poe- 
ta trascurata (3). È ancora proprio di Babrio aggiun- 
gere ai verbi di dire le voci outws, Taura, rotàie e, a 
modo omerico, foyvifoag (4), come per converso nel di- 
scorso animato tralasciare talora, per essere più in- 
cisivo, le voci st7uev ed s^yj, oppure spesso inserirle nel 
discorso diretto o aggiungerle dopo di questo se trop- 
po breve (5). 

Né ciò è tutto. Altre caratteristiche, degne pur 
esse di nota, si trovano nella lingua babriana. E pria 
di tutto è da non trascurare la mancanza assoluta 
della forma duale: due volte sole s'incontra Suw (35, lj. 
66, 3) ed una volta a;x<pw (116, 14). Però si hanno dei 



(1) Cfi. ancora 25, 1; 36, 6; 72, 4; ecc. 

(2) Cfr. 10, 8 ISusn YitftsS 1 cxctcuev 7>pu>Ta; 22, 3 Xsuxà; ixtXatva; 
pn-fàSa; exXóvet yatra;; 33, 21, fgpavot ffUNrvraw xat rò <xo t u.fJàv yipwrwv; e 
così 33, 15; 38, 4; 47, 5; 50, 7; 72, 9; 74, 13; 83, 3; 84, 4 e 6; 95,.. 
10; 102, 4. . 

(3) Babrio è più verboso che breve nelle fav. 12, 15; 40, 1; 64, 8 
e seg.; 72, 5; 88, 15 e seg.; 120, 1 e seg. 

(4) Cfr; 6, 5; 52, 3; 56, 6} ecc. - 34, 8; 43, 13; ecc. — 37, 9; 128, 
10. — 37, 9; 124, 13; ecc. 

(5) Cfr. 47, 6; 89, 4; 112, 8; 115, 7. Come così spesso, spe- 
cialmente dopo oOSev, si omette tìui ed isti: 62, 4; 71, 7; ecc. Ciò può 
dirsi anche di ed elvai, e di qualche sostantivo: 2, 11 y.iXta; (Spetta;);. 
42, 8 row ttàr, ecc.— 1, 5 e 14; 7, 7 e 14; 10, 12; ecc;— 10, 9; 75, 11^ 



Ì4w 




- J 



— 81 - 



plurali non comuni come af^àxwv (81, 2), àX^S-ei'aii; (75 r 
20; 83, 4) e uXat nel significato di « silvae », nel qual 
significato non si trova in nessuno scrittore prima del- 
l'età romana (1), e così ancora si trovano de' generi 
insoliti di nomi, come ^ yikiq (46, 3) per o xiXós « pasco- 
lo », e de' modi di verbi contro la regola comune (2). 

Importante è poi in Babrio la confusione delle 
particelle ou e ptf il cui retto uso pare alquanto sco- 
nosciuto (3); così pure talvolta si preferisce 7^(1,16; 
36, 5; ecc.) ad wc, rcoTepot (8, 2; 18, 2) ad óxÓTepos, rig 
(59, 2; ecc.) ad oVric, ecc. Le preposizioni à[A<pt, àv-rì, àvdc,. 
rapi sono addirittura condannate all' ostracismo; uxép 
comparisce solo due volte (54, 1; 95, 11); due volte 
(/.stòc (12, 8 e 22) è adoperata brachilogicamente: [uri 
0pzJCY)v per [/.eri tì ev 0pa>c7) ysvo'jjieva e [/£tì tss 'A^vai; 
per [astì t« 'A5ìQV7i<Ttv.— Le particelle sono usate con 
grandissima libertà. Mentre xotyap (58, 8; ecc.) è sem- 
pre in principio di proposizione, ToiyapoCv (15, 13; 7, 3; 13, 
12) tiene il primo il secondo e il quarto posto; il quarto- 
posto occupano talvolta idv, U, yqcp; dal primo al terzo 
va apa; il secondo o il terzo si hanno sempre ouv e 
toi'vuv. Del resto per amore di semplicità troppo ri- 
stretto è l'uso delle particelle, la mancanza delle qua- 



(1) Babrio l'adopera al pi. sei volte: pr. I, 8; 12, 2; 46, 7; 92, 2; 
95, 10 e 42.— Cfr. Zachariae, De dict. babr., p. 21.— Crusius, De Babr. 
aet, p. 177; Babr., p. 406.— Rutherford, Babr., Intr., p. LVm. 

(2) Rutherford, Babr., Intr., p. LXIQ e LXVI. — Crusius, Babr^ 
ProL, p. XXIX. 

(8) Cfr. 37, 10; 131, 17; ecc. 




- 82 - 



li, al dire del Rutherford (1), viene supplita dalla fi- 
gura dai retori del tempo appellata TCaXtXXoyi'a, onde a 
brevissima distanza, sebbene con affettazione, si ripete 
il medesimo vocabolo (2). Ciò invero, unito a sporadi- 
co signatismo (pr. I, 16; ecc.) e al succedersi qualche 
volta di parole di comune etimologia (61, 1; ecc.) o 
con delle consonanti simili o uguali (3, 5 e 11; ecc.), 
offende in parte quella varietà e queir eleganza che 
Babrio, poeta ornato e terso, amò anche nella lingua 
e per cui si studiò che varie fossero le vocali vicine, 
quasi sempre disuguali o dissimili le sillabe iniziali o 
linali di vocaboli concorrenti, e molteplici le forme 
d'una stessa parola come sposto (60, 5) e -oppa) (51,3), 
ypuiziog (pr. I, 2) ^puseos (pr. II, 7) e ypucoùg (pr. I, 6), 
t^lLodoq (J, 11) ed epYjjxo? (12, 2), acc. pi. (27, 4) e 
(JLua; (31, 16), c Ep;xstY); (30, 1) ed 'Epjrfis (48, 1), GtHpziog 
{59, 13) e Gihpoug (pr. I, 5), iteSet'yj (93, 7) e ^aSs?) (25,7), 
«ecc. E che il poeta si sia studiato di riuscire ornato 
ed elegante lo dimostrano più che altro 1' esser egli 
amico frequente delle figure grammaticali e retoriche, 
fra le quali di quando in quando si notano dei trasla- 
ti arditi, come (11, 2) /.oOOlizoLig à[/.y)Tos èXmàwv TzXrpng (3). 
Finalmente nelle favole non sono da dimenticare 



(1) Rutherford, Babr., lntr. p. LX1V e seg. 

(2) Cfr. 112, 1 jau; raupov ISaxsr ó 8' sSiwxeN . . . tìv jauv.— Crusius, 
Babr., Proleg., p. XXVIII; De Babr. ael., p. 200 e seg. 

(3) Cfr. inoltre 89, 3; 95, 9; ecc.— Per i pleonasmi, non sempre 
riusciti, Babrio congiunge nella stessa proposizione voci di simigliante 
.significato, come 32, 3 e seg. jAopcpdv .... -pfat>tst7iv, xaX7i; pva»tó;; 76, 
11 &; 8'au . • . &Uo;; 76, 22-25 5' ti™ . . . cpYiat; 95, 48 &XXov . . . Seurspov. 




- 83 — 



i vestigi di lingua latina, che indussero molti a far 
di Babrio un italiano (1), nè è da trascurare quell'im- 
portante e particolare tendenza del poeta, per la quale 
assai spesso parti dr versi trovano perfetta corrispon- 
denza in versi di altre favole, e due e tre e quattro 
volte ancora si riscontrano versi comincianti o finienti 
con parole identiche o molto simiglianti, sì che noi 
non troviamo favola la quale non ci richiami alla me- 
moria vocaboli e coli interi di altri versi in altre fa- 
vole. Si confrontino p. es: 1, 4 e 31, 12; 2 ; 4 e 112, 7^ 
3, 8 e 50, 5; 12, 4 e 131, 6; 12, 11 e 108, 15; ecc. (2). 

Per tutte queste proprietà più o meno importanti 
della lingua babriana nessuna sorpresa se, dopo la 
scoperta fatta dal greco macedone Minoide Minas (1843), 
le favole di Babrio, per la contenenza in ogni tempo 
pregiate, furono sempre anche per la lingua, fuori che 
in Italia, oggetto di speciali studi. Lo scostarsi infatti 
in essa dall'uso degli altri scrittori è un titolo che, 
unito ad altri, s'impone ai critici e ai letterati, i quali 
amano Babrio perchè, oltre ai meriti linguistici, vedo- 
no in lui un grande poeta greco di apologhi in metro 
coliambico, mentre gli altri poeti favolisti scrissero 
in giambi, esametri e talora in versi elegiaci, come si 
rivela dai frammenti a noi rimasti. 



(1) Crusius, De Babr. ael, p. 177 e segg. — Rutherford, Babr. r 
Intr., LVIII e LX1V. — Werner, Quaesl. Babr., p. 20 e segg. 

(2) H Crusius, con lodevole ma faticoso lavoro, nell'ediz. del suo 
Babrio, notò il principio, il mezzo e il fine di tatti quei versi, e non sono» 
pochi, che trovano corrispondenza in altre favole. 



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- 84 - 



d) - Metrica 



Il coliambo fu il verso amato da Babrio. Figlio 
primogenito del trimetro giambico, come questo fu ado- 
perato nelle origini in componimenti satirici da Ip- 
ponatte e Ananio, che ne furono i creatori. Bizzarro 
metro si ebbe anche bizzarro il nome, e yoikioL[L^og, cioè 
giambo zoppicante o raa&ov o semplicemente ytùk&c, fu 
esso appellato, quasi a rispondere all'intonazione plebea 
di quella poesia per la quale fu da principio adope- 
rato (1). E in verità il repentino spezzarsi del movi- 
mento vivace e concitato della lunga serie giambica 
per il brusco succedere del trocheo, o spondeo, e quin- 
di per l'urto arritmitico di due arsi, ha un effetto ve- 
ramente comico e che sa un po' di prosaico e triviale. 
< L'andatura di simili versi somiglia a quella d' un 
uomo, che dopo aver fatto alcuni passi regolari in- 
ciampi per un urto improvviso e mal si regga in 
piedi » (2;. Però siffatto pungente metro, per la terri- 
bile fierezza del quale, secondo la leggenda, Bupalo 
e Atenide offensori d' Ipponatte si tolsero la vita, al 
pari di Neobuie di Licambe per i giambi di Archiloco, 
& mano a mano che si allontanò dalle orìgini perdette 
la nativa amarezza e mordacità, finché nell'età ales- 



(1) Kopp, Compendio della Storia della Letterat greca, p. 38.— Ina- 
(Ma, Letterat greca, p. 77. 

(2) Così il Zambaldi, Metr. grec. e lat, p. 333. 



— 85 — 



sandrina esso sa addirittura di prosa e qual metro 
popolare si adopera nelle poesie istruttive (1). In 
Eschrione infatti, Callimaco, Apollonio, nel mimiambo- 
grafo Eronda e in altri il coliambo non è più lo sca- 
zonte ipponatteo: cosi ridotto ci si presenta anche in 
Babrio, il quale a chiare note il conferma, pr. I, 17 
e segg.: 



Babrio fu il primo e il solo che scrisse favole in 
trimetro scazonte, pr. II, 6 e segg.: 



I seguaci di lui, che non furono pochi, pr. II, 9 e segg.: 



(1) A ragione adunque Cicerone, Orat., 48, 196 disse: ulambusfre- 
~ quenlissimus est in iw, quae demmo atque humiU sermone dicuntur ». 




e meglio, pr. II, 13 e segg.: 






— 86 — 




se lo imitarono scrivendo in poesia, non l' imitarono- 
però nel metro: essi, lo attestano i frammenti, com- 
posero piuttosto e spesso le loro favole in versi dat- 
tilici e giambici (1). 

Solo Babrio adunque adoperò lo scazonte nelle 
favole; ragione questa importante perchè il giambo 
perdesse la pristina rabbia archilochea (2). Kon poteva 
infatti la favola, uno dei più umili componimenti, nei 
quali quasi sempre s'introducono bruti animali o esseri 
inanimati per rendere sensibile un'astratta verità mo- 
rale, assorgere nell'espressione e nel ritmo all'altezza 
e alla veemenza della lirica giambica, non dolcemente 
arguta ma acerbamente mordace, non calma ma ir- 
requieta, non riflessiva ma libera e impetuosa. Babrio 
pertanto, per l'indole propria della favola, non potè 
scostarsi dal saggio e prudente Esopo, che seppe con 
lento riso addolcir l'amaro, epperò, se dal frigio filo- 
sofo la materia, del pario poeta egli scelse il metro, 
e col p&o; del primo e r tapfìos dell'altro ci diede il 
p3-taf/.fìos che espresse col d'Ipponatte. E così r . 

mentre Esopo insegna ad eludere ridendo i malvagi- 



fi) Werner, Quaest. bah\ 3 p. C e seg. 
(2) Orazio, Fpist. ad Pi$., 79: 

Archilochum proprio rabies armavit iambo. 




- 87 — 



consigli degli uomini ed Archiloco ed Ipponatte pro- 
rompendo in amara collera bollano ogn'ingiustizia e 
ogni vizio umano, Babrio, seguendo l'uno ma in poesia 
e gli altri ma in addolcito verso, co' suoi mitiambisi 
fa maestro di novella musa di più dignitoso insegna- 
mento. Le sue favole infatti qual favo di miele, [xsm- 
«rrayes jojptov, non hanno i duri metri ipponattei, ratoipà 
xwXa, dell'acerba poesia giambica, Trtxpwv t'a^cov; « io 
« — egli dice — racconto le mie favole con un parlare 
« semplice e chiaro e al giambo i denti non aguzzo, 
« ma ben animandolo e ben Tamaro addolcendone, que- 
« ste favole soavemente narro » (1). I mitiambi di Ba- 
brio mirano non a biasimare e combattere gli avver- 
sari ma a correggere e dilettare gli uomini. Ed ecco 
qui presentarsi il grande favolista latino che appunto 
ne' due primi prologhi annunzia la proprietà principale 
e il fine della favola; Fedr., prol. I, 4 e seg.: 



e prol. II, 1 e segg.: 

u Exemplis continetur Aesopi genus; 
Nec aliud quicquam per fabellas quaeritur, 
Quam corrigatur error ut mortalium 
Acuatque sese diligens industria. » 

Il verso di Babrio, siccome si disse della lingua, 



(1) Babrio, pr. II, ultimi versi. — Drogan, De Babrii Mythiambis, 
Berlin, 1847, p. 12 e segg. 



« Duplex libellis dos est: quod risum movet 
Et quod prudenti vitam Consilio monet; » 



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— 88 — 



ha delle proprietà che ben il distinguono da quella 
degli altri coliambografl greci o latini. Dotti illustra- 
tori della metrica antica han trattato con cura siffatta 
argomento e han riconosciuto i pregi di cui va adorna 
il coliambo babriano, il quale, in forma quasi piena- 
mente nuova e più difficile ed elegante, si mostra 
troppo agile e melodioso. 

Importante anzitutto, rispetto alla quantità, si è 
la vocale che precede il gruppo di due consonanti, 
delle quali la prima muta e 1' altra 1 o p. Per regola 
generale presso Babrio siffatta vocale è sempre lunga, 
solamente segue talvolta la « correptio attica » quando si 
trova in mezzo di parola nel terzo semipiede della pri- 
ma dipodia, come 3,11 to xépasxéxpa i ye ( w w -, w - I - ); 
60, 1 &of/,oC yyrpvi | ( - - } 1); 81, 2 ipwf Ttccrpuin (- -,--(-); 
ecc., e quando si trova nella seconda delle due silla- 
be nelle quali è sciolta la lunga del secondo e terzo 
piede, e ciò perchè non si è ancora affermato se possa 
in tali sedi trovarsi l'anapesto, escluso addirittura dal 
quarto piede, es.: 128, 13 eyw Sé xept | rpt/ou-Gz ( - - f 
| « ^ w j. 95^ 43 xe p^i yzi\p%$ £7re->cpoT7) | <rev ( - - 
.|w 4 ww-|w ); 129, 13 es pi-ddov aujX^s 7)X-Sev a(xe|Tp« 
(. z «-[-x -)jecc.;e rarissimamente si abbrevia quan- 
do si trova nella prima delle due sillabe della lunga sciol- 
ta, come 95, 32 *e<paX/)$ oxoufeis. tTzpz-izz <roi ( --[-* y-)- 
Due soli esempi si hanno di abbreviamento di vo- 
cale innanzi a muta seguita da v: 70, 6 pi youv e3~ 
vy)|, 7tod e 129, 8 pv ev aulXy) rcxpà (pocrvat I <xt. — - 
É degno di nota ancora, rispetto alla quantità, il ri- 
maner talvolta breve la vocale innanzi a £, e l'uso di 
talune parole con vocale radicale or breve or lunga. 



V 




I 



- 89 - 

Cosi in Babrio $tap si trova al par che in Omero con u: 
27, 2 e7rvt ysv uSàlrcov ( - ^ - - - 1 - ), ed anche con ù: 25, 
2 zig |/ìàov[ resasi v uJtap ( * v - 1 - * - - ); cosi in 35, 2 aukots 
è-<mv oùx [ i<77) (xìiTTip ( - ] - - - 1 • v") si ha t(nj da ?<io^ come 
sempre negli Attici, mentre in 15, 11 oux [ è^wv tenjv 

--) la voce t(njv deriva dall'omerico feos; cosi osi' 
64, 9 ha a, 61, 7 de. 

In riguardo alla metrica pria d'ogni altro ci si 
presenta il piede anapesto, irrazionale nel verso co- 
liambo poiché le due brevi corrispondono alla prima 
lunga irrazionale dello spondeo, primo sostitutore del 
giambo. L' anapesto é piede prediletto di Babrio, il 
solo tra' giambografi che V adoperi nello scazonte e 
nel primo piede. Se Babrio poi P abbia ammesso in 
altri piedi, ciò è ancora insoluto. Ad ogni modo é cer- 
to che, dovuto o no alla necessità d'introdurre taluni 
nomi, s'incontra anche altrove, e specialmente nel se- 
condo piede, al termine cioè del primo emistichio: 57, 
6 f<5 T<5v 'Apafìcov - * - ); ecc.; s' incontra nel terzo 
72, 20 xa? xt'-<T(ja xat | xopo&a-XXos ( - * f M -I w w v ); ecc.; nel 
quarto non" s' incontra mai. Non è da trascurare la 
particolarità importante che detto piede, fuorché nel- 
le interpolazioni e in quegli epimiti da tutti giudi- 
cati spuri (1), mai è ammesso due volte di seguito nello 
stesso verso, come neanche è ammesso pur una volta 
il proceleusmatico, nato dall'anapesto. L'anapesto è fre- 
quente nel primo piede, in talune favole s'incontra in 



(1) Babrio, 3, 3; 75, 16; ecc. 



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- 90 - 



versi successivi, due volte in tre versi di seguito: pr. 1, 8- 

10 àyopat Ss touItcov; sXa'Xet Ss tzz |Tp7j; s'XaXet Ss N ttitySu's; 
74, 8 -10 £svi't)s S' à;i.otl^v; [/.spteavTss aulx<3; o (xsv iTrxoq 
sùjSu's. Desso spessissimo è compreso in un sol vo- 
cabolo, come può ben osservarsi da' primi quattro 
emistichi or or citati; spesso ha monosillabi per primi 
componenti, sempre è con bell'arte condotto. 

Ma nello scazonte babriano il giambo non solo 
dall'anapesto ma anche dal dattilo con lunga irrazio- 
nale e anche dal tribraco è talvolta sostituito. Se non 
che il dattilo è ammesso solo nella prima e nella terza 
sede: 2, 10 tou« 7roSag svt£ov ( - * -, *-l - ); 1, IOXsov-to; 
u|ypat$ yoli-Gw ( - - t - f - ); il tribraco nelle pri- 
me quattro sedi: 12, 4 tòv v [tuv acolpov ( * * w * - U ); pr. I, 

11 (7TpouS-ot Se (juve|Ta ( - ^ - - - I - ); 2, 2 >tat t>?v Sixs|XXav 

dTzo-liaxg ( v-|-*ww -)j p r . j 5 3 TptTY) S' arc aO|Tc3v aJx 
• * • • 

s 9 ysv £ |To ecc. E se il poeta rifugge dal far 

seguire nello stesso verso due anapesti, non cosi agisce 
con piedi trisillabi di forma diversa, il cui incontro Ba- 
brio a bella posta permette allorquando vuole, cou l'aiuto 
del ritmo^ ritrarre la natura o esprimere qualche cosa di 
più del semplice narrare. Così nelle favola dell'arciere 
e il leone (1, 10) il succedere al concitato movimento 
della dipodia giambica quello ancor più rapido, seb- 
bene di ritmo uguale, del tribraco preceduto dal dat- 
tilo irrazionale, la cui lunga incontrandosi con quella 
del secondo giambo rallenta un po' il primitivo movi- 
mento, dà l'immagine del subito penetrare della frec- 
cia, con furia scoccata, nel fianco del leone dopo pic- 
cola resistenza per aprirsi la via: Xsòv-tos olypars 



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- 91 — 

pXa-<JtV 6 Ssl Xswv (1). In un verso si trovano financo di 
seguito l'anapesto, il tribraco e il dattilo: 106, 15 

oirep eT-*/3v o Xs|ùn vso-8pófxa> | Xa^ùv Sinpii. 

Al pari dell'anapesto anche il dattilo e il tribraco sono con 
bell'arte disposti, e però, a simiglianza dei coliambografl 
romani e contro Puso di tutti ì coliambografl greci, antichi 
dramatici, commediografi nuovi e dell'età alessandrina 
e romana (2), giammai é colpita dall'ics la seconda 
delle due brevi di voce bisillaba o alcuna delle due 
brevi finali di voce polisillaba: pr. I, 3 aùkwv au-r 
syevé'lTo; I, 6 sto rfe Ss ypulcfq (3). Il tribraco inoltre 
in prima sede ha quasi sempre la prima sillaba divisa 
dalle altre, il che, forse per la cesura, si conserva 
pure nel terzo e nel quarto piede e qualche volta nel 
secondo: 43, 15 t<* xspa-ra; 36, 1 au-TÓpt|£ov àvs-fxog; 103, 
10 xaT7)'-<j3-tsv, |ppas 6*e Xfrcàlpov; pr. I, 11 Grpo^ot Sé 
<7uvs|Ta; ecc. In principio di verso non si permette mai 
che tre o quattro brevi s'incontrino in una stessa 
parola. 



(1) Per altri esempi cfr. 36, 4; 43, 10; 54, 2; ecc. 

(2) Crusius, De Babr. aet., p. 116 e segg. — Rutherford, Babr. f 
Intr., p. XIJL 

(3) Cfr. gli esempi, precedenti; inoltre pr. 1, 11 coverà; 1, 16 «poftepó?;. 
2, 10 7ró8a?; 2, 12 e 14 Seós; 4, 2 Itu^s; ecc., ecc. ^-Pochissimi sono gli esempi 
in contrario, i quali del resto s'incontrano negli epimiti riconosciuti spuri 
e nelle favole tetrastiche, assai probabilmente, tranne di due o tre come 
dissi, da Babrio non composte, ma dalle sue più ampie da altri in que- 
sta forma ridotte; cfr. 8, 2; ecc. 



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- 92 - 



Lo spondeo finalmente, dopo il giambo, è il piede 
più importante nel trimetro babriano. Esso comincia 
frequentemente il verso, lo finisce quasi sempre, nè è 
ritroso a mostrarsi anche nel mezzo, specialmente nel 
terzo piede; la penultima sede riserbata, quasi a di- 
mostrare l'origine giambica, al giambo puro, il quale 
è usato assai spesso nella seconda (1) e nella quarta 
sede, è pure, sebbene due volte sole, a mo' del libero 
Ipponatte, profanata dallo spondeo naturalmente irra- 
zionale (2). Nel sesto piede è lo spondeo che sostituisce 
il trocheo originario: « Memoratu dignura est, quas 
« leges Babrius sibi scripserit in ultimo chuliamborum 
« pede. Priraum raro in extremo versu admittit syllabas 
« non natura longas », cosi PArhens (3). La sillaba del 
verso pertanto ( siccome lunga, più per natura che per 
posizione, è sempre la sua precedente ) è, quasi per 
legge, lunga di natura. Fa eccezione nelle voci in a* 
e ov ; in quelle composte coll'enclitiche vuv, rap, rig, e 
nei due versi che terminano in 7«(mv (99, 4) e i7C7tewiv 
(70, 10) (4). 



(1) Una volta sola si trova lo spondeo nella seconda sede; 1, 8 ti 

(2) cfr. XeuxavStCouaa; nella fav'. 22, 9 e 45, 3; TravToupptatv nella 
141, 3. Gli altri esempi 53, 4; 61, 10; 89, 4; 95, 29; 96, 2; 107, 15 e 
forse qualch'altro si spiegano facilmente con le leggi prosodiche. DObner, 
Animad. crii., p. 20-25, dimostra corrotti o interpolati i luoghi con lo 
spondeo al quinto piede. Adunque a torto il Werner, Quaest. babr., p. 
18, afferma che Babrio adoperò non di rado lo spondeo nel quinto piede. 

(3) àrhens, De crasi et aphaeresi, 1845, p. 31. 

(4) Su quasi 1585 versi di Babrio, stimati genuini, appena appena in 
tutto si riscontrano 40 esempi con le sudetto sillabe brevi. Ciò del resto 



Cosi essendo, le varie sedi del coliambo babriano 
possono essere occupate dalle cinque specie di piedi, 
giambo, anapesto, dattilo, tribraco, spondeo, come si 
pare dal seguente specchietto: 



1 


2 


3 


4 


1 5 


6 


* L 


























(- ") 




(- -) 







Delle tre tipodie, come si vede, le prime due pos- 
sono avere la tesi allungata, la terza non mai. Natu- 
ralmente la lunga delle tesi, essendo giambico il ritmo 
del verso, è lunga irrazionale, epperò la sua frequenza, 
in unione all' urto costante delle due arsi dell' ultima 
dipodia giambo - trocaica, dà al mitiambo l' immagine 
del parlare famigliare che è proprio della favola. Di 
quando in quando per altro non mancano dei puri 
scazonti che, scostandosi per tal modo dall'umile con- 
versare, riboccanti di poesia esprimono degnamente 
qualche particolare effetto. Cosi a rappresentare il ra- 
pido movimento del cane che, preso pe* piedi, è dal 
cuoco scagliato con furia fuor della casa, onde forte- 
mente batte a terra in sulla via, Babrio adopera il 
verso, fav. 42, 5, 



(Werner, Quaest. babr., p. 14 e segg.) si riscontra oltre che presso i 
latini anche plesso i coliambografi greci. 



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- 94 — 



in cui il solo primo piede è sostituito dall' anapesto, 
piede, rispetto al valore del ritmo, rapido e concitata 
al par del giambo. 

Bello adunque, sia famigliare o no, è il verso di 
Babrio, il quale a renderlo più bello e vario, a dif- 
ferenza dei giambografl greci, osserva rigorosamente 
la cesura, pentemimera per lo più, qualche volta efte- 
mimera, onde il verso, perchè risulta diviso in due 
emistichi, ci presenta il seguente schema 

v"w 4 u ww I # w 

" t WW v/W ~~ I ww . — — 

^ - w ^ I O — J U _L W 

oppure l'altro 

W*W * w WW 4 W I WW 

"C 1 w ^ 5 v I -, u -L - <-> 

Il primo emistichio poi, oltre che con la cesura,, 
si distingue comunemente dall'altro per qualche forte 
interpunzione. Ciò accresce la bontà del verso babriano,. 
il quale per tal modo presenta delle pause naturali 
o in fine di verso o dopo la cesura sia pentemimera 
o eftemimera: i verbi enrev e <p7)<nv son posti in tal 
caso dopo la cesura o anche prima. Una forte pausa 
si trova spesso dopo il terzo semipiede, sicché il pri- 
mo emistichio, risultando diviso in due, congiunge la 
sua prima parte al verso antecedente (1). Nel seconda 
emistichio le interpunzioni sono più deboli; le più gra- 
vi sono adoperate con grande prudenza dopo Pottavo- 



(1) Cfr. 4, 2; 8, 3; 26, 12; ecc. 



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— 95 — 

o nono semipiede; raramente innanzi il trocheo, il cui 
posto é il termine del verso. Del trocheo, comunemen- 
te spondeo, giammai la seconda componente è un mo- 
nosillabo (1), laonde il verso termina sempre con pa- 
role bisillabe o polisillabe, le quali da parte loro go- 
dono la proprietà di avere costantemente l'accento sul- 
la penultima (2). È questa una delle principali proprietà 
del trimetro babriano, proprie tà che avvicina questo al 
coliambo latino e che « non potè avere altro fine se non 
quello di ottenere la corrispondenza dell'accento con la 
percussione ritmica, e di rendere più sensibile l'urto del- 
le arsi » (3). Dai coliambografì greci non è conosciuta 
tal proprietà, laddove è rigorosamente osservata dai la- 
tini e ciò per effetto delle regole dell' accentuazione 
della lingua (4). Del resto essa pare aver fondamento 
nella stessa natura del coliambo, il cui ultimo piede, 
essendo trocheo o spondeo, quasi costringe a mettere 
l'accento sulla penultima sillaba. Né in Babrio ciò fa 
meraviglia, dappoiché egli ci ha moltissimi versi pie- 
ni di eleganza, ne' quali l'accento tonico delle parole 
corrisponde appunto all'accento ritmico dei piedi, pr. 
I, 1-2: 



(1) I monosiUabi ti?, ttw;, vuv, rap, che si trovano in fine di verso, 
siccome enclitiche formano una sola parola col monosillabo precedente 
e però non costituiscono eccezione. 

(2) Nel codice athoo, come assicurano il Crusius e il Rutherford, i 
pronomi personali soltanto hanno l'accento sull'ultima. 

(3) Zambaldi, Metrica grec. e lat., p. 335. 

(4) Werner, Quaest. babr., p. 17. 



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— 96 — 



riverì òtxatwv rè 7rpa>Tov àv^pwTrwv, 
w Bpafj* Ttxvov, >5v xaXouat ^puatinv, (1) 

siccome nel famoso trimetro giambico di Catullo 

u Phaseliis ille, quem videtis, hospites, 
ait faisse etc. ». 

Oggetto di cure speciali si fu adunque per Babrio il 
fine del verso, come si può osservare, oltre da quel 
che si è detto, dal picciol numero di vocaboli che chiu- 
dono il coliambo (genit. plur. di nomi, genit. sing. di 
part. femm., ecc.) (2) e che esclusivamente sono ado- 
perati per questo: eteTVjxst 1, 12; 20, 3; 81, 21; 36, 4;. 
95, 58 e 92; ecc.; - irfpu 2, 10; 66, 3; 86, 2 e 4; — 
w^puc 1, 3; 4, 2; 10, 3; 11, 7; 19, 2; ecc.; — ypafu 22 
5 e 7 e 11; 95, 31; 104, 5; 126, 3; e talune forme con 
finale lunga di àX&sia, qb?o3v^raa>, dbuoxTet'v**, rpwg, scp^vi),, 
xptvco, imperf. di opikhù, ecc., ecc. 

Finalmente per il verso di Babrio fa d'uopo avver- 
tire ch'egli, poeta tersissimo e imitatore degli ottimi,, 
pèr riuscire sempre dolce e mai sgradevole, per quan- 
to gli è possibile, rifugge mediante la crasi e l'elisio- 
ne dall'iato, che due volte sole ammette nella frase ri 
ouv (3), comune del resto a tutti i poeti, e qualche al- 
tra volta quando gli è impossibile eliminarlo (4). 

Cosi risulta dagli ultimi studi critici fatti con ogni- 



(1) Per altri esempi cfr. Werneb , Quaest. èabr., p. 17 e segg. 

(2) Cfr. Ckusius, Babr., Proleg., p. XLV e seg. 

(3) Babrio, 87, 5; 140, 4. 

(4) Bab., 12, 5; 50, 6 e 10; 61, 3. 



Goosle 



— 97 - 



diligenza da eminenti letterati su' codici babrianL 
Prima d'ora, però, nulla di tutto questo o assai poco: 
colpa de' tempi, che di Babrio avevano tutto corrotto 
e talmente da farne quasi scomparire Ja personalità 
letteraria. Che se conosciuto e grandemente ammirato 
si fu il nostro poeta nel secolo di Giurano Apostata,, 
egli è pur certo che indi a poco cominciò dapprima 
a non essere meritamente apprezzato, quindi a venire 
in dimenticanza (destino allora di quasi tutta la sa- 
pienza greca!), finché, sconosciutasi del tutto la bel- 
lezza dei suoi graziosi ed eleganti versi, egli soggiac- 
que alla medesima sventura del favolista latino e le 
sue favole, siccome le favole di questo, furono volte 
in prosa e in questa nuova forma molto diffuse. Se non 
che per tal modo l'originale scomparve, e unica, non 
si sa come, si conservò l'elegantissima favola della 
rondinella o l'usignolo (1) quasi a far desiderare e 
piangere per secoli e secoli l'intera e preziosa raccol- 
ta smarrita. Nel IX secolo Ignazio Diacono, monaco di 
Costantinopoli, aveva ridotto in giambi tetrastici 53 
favole esopiche o babriane, per molto tempo a torto 
divulgate sotto il nome di Gabrio o Gabria e con tal 
nome appunto pubblicate (2). Fu nel secolo XVII che 
le vere favole di Babrio, per lungo tempo fatte note 
soltanto, come si è detto, da pochi frammenti, conser- 
vatici dal Tzetze (3), dal Georgide (4), da altri ancora 



(1) Babrio, 12. 

(2) Venezia, 1505. 

(3) Tzetze, ChiL, Vili 443, Babrio, 66; X 756, B 77; XIH 257, B 
241; 494, B 82. 

(4) Georgide, Gnomologium (in Boissonadii Anecdota, I, p. 9, B 



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<1), e più dal lessicografo Suida (2), cominciarono fi- 
nalmente a comparire poco a poco nella loro bellezza 
ed originalità col Nevelet (3) e quindi col Bentley (4) 
e col Tyrwhitt (5), il qual ultimo, raccogliendo le già 
sparse membri, riuscì alfine a restituire nella loro 
forma coliambica ben nove favole. Questo ristretto nu- 
mero però a mano a mano si accrebbe e al principio 
del secolo XIX, per le faticose ed aride ricerche ed i 
profondi studi del De Furia prima (1809) e poi del 
Corais (1810) dello Scheider (1812) del Berger (1816) di 
molti altri e del Knock alfine (1835), il quale assai 
meglio de' precedenti seppe ridurre ricostruire ed il- 



17; p. 17, B 79; p. 81, B 26. 63, 124; p. 43, B 11; p. 48, B 140; p. 
67, B 122; ecc. ). 

(1) Fozio, Zonara, Natale Conti, ITEtimologico Magno, lo Sco- 
liaste di Aristofane e di Tucidide, ecc., cfr. Crusius, Babr., p. 421 e 
geg.; Marchiano, Babrio % fortuna dei suoi mitiambi, ecc., p. 8 e segg. 

(2) Suida, Lexicon, parole seguenti: aìwpa Bab. 19, 6; àxtaiTi B, 25, 
6; àjxSv 88, 18-19; ìaSjxa 103, 3-4; &toXjxoi 25, 3-4; aùrva? 26, 6-8; ki%wm 
95, 87-88; paSuaTpwxo; 32, 7-b; |ft7nc«8Y); 93, 5-6; ft'pave; 65, 1; ppcptou; 
92, 8-9; fupivj; 25, 5; Stàp-ftiAOt 85, 14-15; Untoti 22, 8-9; fXTÓffw; 14, 1; 
eva©7)xav 38, 2; ipcofw 42, 3; h t<5 jxgptt 32, 5; ripa 10, 1; Kajxnpata 
\*tte 108, 24-25; xapxapo'Sou; 94, 6-8; xvinxtas 122, 11-12; xpt^vov 108, 
31-32; XÓ<po; 88, 3-4; Xu-fStva 30, 1; vtPptw xapSbiv, ve^pó; 95, 93-94; 
Nstxedt; 43, 6; vtó«, 33, 2-3; ecc. Per altre voci cfr. Rutherford, Babr., 
Intr., p. LXXVLL1 e segg.; Crusius, Babr., p. 422. 

(3) Nevelet, Mythologia Aesopica, 1610, p. 642. 

(4) Bentley, Dissert. de Aesop. (in Phalarid. Epist., quas Ialine fecìt 
J. Daniel a Lenep, II, p. 95). 

(5) Tyrwhitt, De Babr. fab. scriptore dissert., inseruntur quaed. fab. 
Aesop. etc.; accedunt Babrii fragm., Lond., 1776; cfr. p. 131, 172, 188, 
192, 199, ecc. 




- 99 — 



lustrare l'ancora troppo piccolo patrimonio babriano(l). 

!1 1843 è l'anno nel quale Babrio, volendo final- 
mente far piena mostra di sè, mette coraggioso il suo 
capo fuor delle tenebre e del silenzio, e all'edacità del 
tempo con insistenza domanda in parte i suoi diritti 
da secoli ingiustamente conculcati, ed invila quindi ^ 
sè l'attenzione di chi sa ammirare il bello poetico ed 
entusiasmarsene. Tre anni innanzi Abele Villemain, mi- 
nistro della pubblica istruzione in Francia, aveva manda- 
to in Grecia il dotto greco-macedone Minoide Minas in 
cerca di preziosi manoscritti antichi, specialmente inedi- 
ti. Questi nel monastero di S. Laura sul monte Athos sco- 
perse, sebbene incompleto, il più prezioso, sin'ora, ma* 
noscritto di Babrio in pergamena con 122 favole inte- 
re e in ordine alfabetico, più il primo verso della 123. 
Tornato in Francia con un apografo, piuttosto accu- 
rato, il dotto ellenista Boissonade ne curò per ordine 



(1) De Furia, Fabulae Aesopicae, li, p. 187-231, fab. 347-883; se 
non che dalle 36 favole, da lui ascrìtte' a Babrio, sebbene tntte in pro- 
sa, 30 erano in verso coliambico. — Kopa>j;, Mtawv Atawirttw Guva^w^Vi, 
'Ev IlaptctGt;, AHI: tra le moltissime favole egli ne compose 22 in versi 
coliambici, delle quali 8 restituite a tal forma da Ini stesso (cfr. p. 267-269, 
271, 273, 405), 5 da C. Schneider (cfr. p. 366, 371, 406, 411, 412 ed 
inoltre C. Schneider, Fab. Aesop. a F. De Furia collectae, Lipsiae, 
1810), e le 9 del Tyrwhitt (cfr. p. 82, 90, 96, 138, 175,235, 411, 412). 
— Schneider Saxo, Fab. Aesop. e Cod. August. nunc primum editae 
cam Babr. fab. chol., 1812— Berger, Babr. fab. choL, lib. Ili, 1816.— 
Herder , Opp. Acad., t XX; Malhorn, AnthoL lyr.; Teucher, Anton. Im 
ber. AdnoL; Lewis, Philol. Museum, I; Blomfield, i/tu. Cantabrigen.; 
Burges, Classical Jour., voi. XXV e XXVII; Brunck, Anal, t IH ecc.— 
Knock, De Babr. Fab. et fab. frag., 1835, accolse, siccome di Babrio, 



soltanto 20 fav. e 59 frammenti. 




— 100 - 



del Villemain YEditio princeps, che, appena data alla 
luce dal Didot (Parigi, 1844), fu accolta e studiata 
con grande amore sotto ogni rispetto da numerosi fi- 
lologi ed eruditi insigni di Francia Germania ed In- 
ghilterra. Di lì a non molto il Minas reduce da un 
susseguente viaggio in Grecia, presentò alla Libreria 
Reale di Parigi l'originale/ che, per esorbitanza di 
prezzo da questa rifiutato, nell'agosto del 1857 ven- 
dette al « British Museum » di Londra insieme con 
un altro manoscritto di 95 favole, a torto attribuite 
dillo stesso Minas a Babr io. La pubblicazione di queste 
59 favole, fatta dal Lewis nel 1859, sollevò viva e lunga 
polemica, perchè da molti si credettero apocrife (1), e ta- 
li si ritengono oramai non ostante la calda difesa che 
ne fecero il Sauppe (2) e il Bergk, il secondo dei quali 
le accolse financo nella sua « An thologia Lyrica » (3). 
— Dalla pubblicazione dell 1 Editto princeps del Boissonade 
in poi, moltissimi si sono studiati, non solo con valo- 
rose dissertazioni ma anche con edizioni complete, di 
restituire al pristino splendore le favole di Babrio: tra 
questi Pultimo ci si presenta con la sua Editio maior il 
Crusius, il quale, forse più di tutti, ha fatto oggetto 
principale dei suoi prediletti studi il nostro favolista, 



(1) Così il Cobet, Babr. fab. fraudolenter a Minoide Mina sup- 
positae (Mnemos., 1858, p. 339) e Fraus deprehensa (ib., 1860, p. 
178); il Conington, De part. Babr. fab. secunda ( Reinisch. Mus., 
1861, p. 361-390); il Crusius, Babr., Proleg., p. XIII e seg.; ed altri. 

(2) Sàuppe, Soàet. Gote. Nunt. t 1860, p. 245 e segg. 

(3) Bergk, Anthol. Lyric., p. XXXIII-XL. 




- 101 — 



•un tempo parafrasato da molti e da moltissimi imitato 
ed oggi, come pel passato, creduto degno dopo Esopo 
di non essere ad altri secondo (1) 



(1) Schokll, Istoria della Lettor, gr. prò fi, voL, II, part I, p. 208; 
▼oL, IV, part I, p. 70 e segg. — Vannucci, Studi star, e mor. intorno 
alla Letter. lai, p. 834 e seg. — Zachariae, De dici, babr., p. 2. — 
Rutherford, Babr., Intr., p. LXV1I e segg. — Crusius, Babr., Proleg. 
— Per l'elenco bibliografico sa Babrìo vedi le utime pagine di questo 
libro. 



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III. 



^APPO^TO 



delle favole di Babrio con le esopiane e con quelle 



Che Babrio sia grande favolista e pe' suoi pregi, 
come dissi, dopo Esopo a nessun altro secondo si può 
di leggieri vedere se per poco si mettono in confronto 
le sue favole con quelle de* suoi più grandi predeces- 
sori, sia in prosa che in versi. Esopo invero e Fedro, 
in greca lingua il primo, in fatino il secondo, sebbene 
abbiano con Babrio dei punti di contatto, pure mostra- 
no tali differenze da farci facilmente conoscere in 
quali rapporti essi si trovino con questo e quindi de- 
terminare chi di loro sia a lui superiore o inferiore. 
Per ciò vedere si confrontino anzitutto le favole di 
Babrio con le esopiane. 

[1 vecchio frigio, se si deve ammettere la sua reale 
esistenza e credere come sue le favole che vanno sotto 



di Fedro e di Aviano 



a) - Rapporto con le favole esopiane 




- 103 — 



il suo nome e quanto di lui si dice, dovette nascere 
-del certo con la testa piena di animali parlanti: aquile 
rapaci infatti e fieri leoni, astute volpi e ingordi 
lupi, serpenti ingrati e golosi topi, e cani e gatti, e 
-scarafaggi e formiche, e piante e pietre, tutto insom- 
ma é animato nel suo cervello, tutto in lui parla a 
mo' degli umani. E le favole di Esopo appunto, sem- 
pre antiche e sempre nuove, avanzano quelle degli al- 
tri dopo di lui per la sorprendente naturalezza, on- 
de esse pare sgorgano senza veruna fatica da purissi- 
ma fonte. Filosofo pieno di modestia, Esopo a seconda 
delle occasioni sa trarre da ciascun essere, con anima 
o senza, ciò che gli è veramente singolare per farne 
un simbolo, quindi il suo genio si umilia anche agl'in- 
telletti volgari e corre diritto al fatto senza ornamenti: 
gaio ed arguto, semplice e breve, egli innamora 
sempre. 

Cosi del tutto non può affermarsi di Babrio. Egli, 
sebbene grandemente semplice, pure talora, meno sem- 
pre per altro di Fedro latino, è un po' ricercato. I suoi 
animali pertanto lasciano di quando in quando le abi- 
tudini e gl'istinti propri per assumerne degli altri del 
tutto umani; in lui 'allora si scorge benissimo non la 
Tera naturalezza che incanta, ma l'arte che, per riuscire 
amabile e bella al giovinetto Branco, studia, più che 
la bestia, la frase e il verso, la domanda e la rispo- 
sta. Babrio inoltre è molto elegante e la sua eleganza, 
propria del resto della poesia, risponde per bene alle 
persone che dovevano leggere le sue favole: Branco 
«era figlio di re. Egli è ornato e i suoi vaghi ornamenti 




— 104 — 



piacquero tanto che, come si disse (1), fecero dimen- 
ticare tutte le altre raccolte. Egli é descrittivo e la. 
sua descrizione, fin di tre e più versi, amplifica sem- 
pre ciò che Esopo in poche parole e in modo incisivo 
dice e sa dire. 

Ma se in fatto di naturalezza al confronto di E- 
sopo Babrio riesce inferiore, non si può smentire ch'e- 
gli, se imita, è un geniale imitatore e spesso abile 
rinnovatore di vecchie favole; se poi crea è ancora 
un grazioso fattore di favole nuove. E tra queste si 
devono giustamente ascrivere quelle che non hanno 
riscontro alcuno in Esopo e solo si rivengono nel co- 
dice athoo (2); inoltre quelle che si leggono nell'athoo 
e, con la stessa forma babriana, nelle collezioni esopi- 
che del De Furia (1810) e del Co rais (1810) (3); e così 
ancora la favola del vaso di Giove (4) che in forma 
babriana si rinviene nelP athoo e nel Corais. Il prin- 
cipio in prosa poi della favola di « Mercurio e gli A- 
rabi » (5), principio che si trova solo nel De Furia e 
nel Corais, dimostra chiaramente ch'esso è un tentativo 



(1) Schoell , Istoria della Lett. ecc., vóls IV, pari I, p, 70. — Van- 
nucci, Studi storici ecc., p. 334. 

(2) Le 17 favole, dalTHalm (Lipsia, 1852 ) raccolte tra le favole eso- 
sopiche e che in coliambi si trovano solo nel codice athoo, sono le se- 
guenti (Ed. Crusius, Lips. 1897): 2, 8, 10, 15, 21, 26, 30,41, 48, 54,. 
16, 61, 69, 106, 110, 112, 116. 

(3) Le 10 favole, che si trovano anche citate nelle edizioni del De 
Furia e del Corais sono: 24, 27, 28, 33, 88, 100, 101, 124, 125. — La 
favola 17, sebbene dalTHalm si faccia corrispondere alla sua 14, pure' 
non ha nulla da fare con questa. 

(4) Babrio, 58. 



(5) Bab., 57. 




— 105 — 



di versione in prosa della corrispondente favola di 
Babrio e ci permette inoltre giustamente supporre che r 
come questa, altre favole, a torto attribuite ad Esopo r 
forse non sono che versioni in prosa di quelle di Ba- 
brio. E che ciò sia prossimo alla verità lo dimostrano 
quelle favole che nei due autori, sebbene l'un poeta e- 
l'altro prosatore, hanno troppo simiglianza di parole e 
di forme. Poco infatti differiscono in Babrio e in Esopo 
le favole « l'agricoltore e la cicogna », « il bifolco ed 
Ercole », « il cavallo vecchio », « il bue e l'asino », 
« la lampada », « l'uomo e Mercurio », ed altre an- 
cora (1). Si confronti, ad es., la favola « la vedova e 
la pecora »: 



Xrpa xal IIpoPaTov (B 51) 
'E* t5 tcot' ©txw 7rpóparov el^é Tt; 

a*p7i, 

SéXouaa V auTou tòv tcóxov XafieTv pct^a> 
exetp 1 &Tt a XNU>;, tti; Te aapxò; ou ivóppw 
tòv jjuxXXòv e<j/dcXi£ev, «are Ttrpwaxttv. 
àX^oov 8è irpópaTov elire « jx.* jae 
Xujxatvou* 

iró<rov^àp 6Xx^vToùfi.òvaI[xa irpoffSrixet; 
àXX* si xpewv, 8e'<rirotva, twv ejx<5v 

eartv jxoVjeipoc, oc fis auvTÓpùc Suaet' 
ti 8' tipi*» iróxou ts xoù xptwv *pV)£eic, 
irdXtv Ioti xouptu;, 3? xepeT pe xat 



XVipa xal IIpo'paTov (H 382 b > 

'Ev tóitw tivì x*>p« ti; el'/e irpó- 
paTov. Toutou òi tòv iro'xov Xaf&Tr 
SeXooda, exetpev àTe'xvw;, <iùv t$ ptaX- 
X$ xai nta dàpxa cpaXt^ouaa. Ti òi 
irpópaTov àXpuv SXeff « ti \li pXàir- 
T£i?; isóaw -yàp óXx^v tò ip.òv alpa 
TrpoaSróaei; Kai el piv xpewv, a> $£- 
<nroiva, 7p*)£ei$, fx.dfyeipo$ farw, o; pi 
ouvró[Ab>; 3u<xer el 5' cplou xai iróxou,. 
xouptùc cari iràXtv, 8? xal xepeT pe 
xaì aróet. » 



(1) Babbio 13; Esopo (Halm) 100; B 20, H 81; B 29, H 174; B 55, 
H 104 che rHalm crede tratta da quella dì Babrio; B 114, H 285; F 
117, H 118; ecc. 



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— 106 — 



Dal confronto di queste due favole ben si vede che 
insignificantissime sono le differenze, le quali a nien- 
t'altro si riducono che a diversa collocazione di paro* 
le, all'uso di un sinonimo per un altro, del singolare 
pel plurale; vi sono invece in Esopo degF interi emi- 
stichi babriani e financo un intero coliambo: 7rd<xy}v 
ydcp xta. 

Ma se così è di queste favole, il resto, che è la 
maggior parte, ha sicura fonte nelle esopiane, i cui 
argomenti Babrio, mutando sol di rado qualche attore 
{1), ha saputo, e per l'indole della poesia e per natu- 
ra propria e per piacere a' suoi tempi, ampliare e 
magnificare. Bisogna escludere le favole tetrastiche, le 
quali, quantunque sempre un po' abbellite, per brevi- 
tà e semplicità differiscono pochissimo dalle esopee. 
Desse del resto, tranne due o tre, tetrastiche per caso, 
più che di Babrio, devono dirsi riduzione di qualche 
tetrastichista (2). 

La semplice lettura della favola di Esopo « l'usi- 
gnolo e la rondine » e della corrispondente di Babrio (3), 
•di leggieri ci fa accorti di qual nuova forma fosse ca- 



(1) Babrio 52, 59, 60, ecc.; Halm 79, 155, 292, ecc. Talvolta Babrio 
muta il genere dell'attore. 

(2) Le favole tetrastiche sono 14: 8, 14, 40, 54, 60, 80, 81, 90, 96, 
109, 110, 113, 121, 133. Di queste 8, 54, 110 non si rinvengono tra le 
esopiane. La favola 41 a la lucertola », che insieme con Tepimitio risulta 
tetrastica, assai più probabilmente delle altre non è di Babrio. La 73 
«il nibbio», che per il Rutherford è tretrastica e non di Babrio, per il 
Crusius invece, salvo il primo verso, è tutta di Bahrio e risulterebbe di 
«cinque versi. 

(3) Babrio 12, Halm 10. 




- 107 — 



pace rivestirsi l'argomento semplicissimo di Esopo per 
l'arte babriana. Ciò che il filosofo delle favole (1) dice 
in poche parole e, per chi è ignaro di mitologia, in* 
modo molto incomprensibile, Babrio, in forma dialogi- 
ca e più ampia, rimembrando passate sventure, ci 
trasporta con animo commosso in Atene e Tracia, e, 
facendo sorvolare a' nefandi delitti, di che fu teatro 
la reggia di Tereo, svela senza che alcuno se ne ac- 
corga la tragedia mitologica. — Nè meno bella ed ! 
ampia rispetto all' esopiana è la favola « il pe- 
scatore e il pesciolino », se non che il pesciolino,, 
pure essendo nato di fresco tra le alghe marine, con 
nostra meraviglia è pieno di senno e si buon difensore 
della propria causa da disgradarne il migliore e più 
elegante ed ornato parlatore (2).— Vecchio filosofo, sen- 
za pero stavolta tralasciare d'esser animale, sembra 
il bue nell'ascoltare silenzioso, mentre penosamente ara,, 
le dissennate parole del libero vitello, al quale, quando 
poi vede di giunco circondate le corna e prossimo ad 
inafflare del suo sangue l'altare del dio, egli in tono 
solenne e sentenzioso: « giovine - gli dice - tu precedi 
<c il vegliardo e tu sei immolato, e la scure, non il giogo r 
« piegherà il tuo collo » (3).— Bellissima è più ampia la 
favola « la rana medico », se non che V anfibio ani- 
male più dotto della rana di Esopo, è a piena cono- 
scenza dell'olimpica famiglia, e però conosce Peone, il 
medico celeste; se poi la rana di Babrio si fa corri- 



ci) Così è appellato Esopo da Plinio, Nat. ffistor., XXXVI, 17, 5. 

(2) B 6,.H 28. 

(3) B 37, 11 e seg.; H 113. 



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— 108 — 



spondere al lombrico di Esopo, allora la favola babria- 
na supera l'esopica di quanto il canoro abitante della 
palude avanza il verme della terra (1). — E cosi si po- 
trebbe dire delle favole « 1' arciere e il leone », « il 
cavallo e l'asino », « la volpe e il taglialegna », « il 
cacciatore timido e il taglialegna », « il leone amma- 
lato », « il leone e il topo » (2), e in generale di tutte 
le favole babriane le quali delle corrispondenti esopia- 
ne sono più artisticamente sviluppate. Non mancano 
pertanto le descrizioni, neppure accennate in Esopo, 
e la sorgente d'acqua che da rupe, inaccessibile alle 
stesse capre, dolce scorre come specchio traspa- 
rente e in essa ogni uccello lava il becco e i piedi, 
scuote le ali e pettina le penne, e i cittadini che 
all' invito della bellica tromba forbiscono gli scu- 
di, bardano i cavalli, arrotano le armi, e il corvo che 
al dire della volpe ingannatrice ci ha belle le penne, 
penetrante la pupilla, d' ammirarsi il collo, il petto 
d'aquila, i più potenti artigli fra tutti gli animali; que- 
ste descrizioni ed altre molte rivelano la grande di- 
stanza che corre tra la mirabile brevità di Esopo e 
l'arte progredita di Babrio (3). 

Il quale, per essere ornato, raramente adopera il 
sostantivo senza un attributo qualsiasi, sebbene sempre 
conveniente, e però per lui l'uva matura e pronta per 
la vendemmia ha grappoli porporini, l' acqua della 
palude è di color cupo, la rana è l'abitante della pa- 



ti) B 120, H 78 78 b 78 c 

(2) B 1, 7, 50, 92, 95, 107; H 403, 177, 35, 114, 242, 256. 

(3) B 72, 76, 77, ecc.; H 200, 178, 204, ecc. 




— 109 - 



iude colei che si diletta dell'ombra e vive da presso 
alle fosse, le gazze dalle nere penne son chiassose e i 
passeri flagello del seme, la volpe è la nemica delle 
vigne e dei giardini, il toro è laborioso, Iride è la 
brillante messaggera degli dei, F augusta ciprigna 
dea è la madre degli amori; cosi Babrio riesce elegan- 
te, gaio e amabile a tutti. Ma é perciò appunto che 
la naturalezza per lo più cede un poco all'arte, chè 
le immagini della favola babriana, se rispondono qua- 
si sempre alle prime due condizioni, richieste dal De 
La Motte (1), convenienza ed unità, non rispondono 
però sempre alla terza, che è la naturalezza. Onde 
bisogna conchiudere che, se in Babrio non si rinviene 
una sorverchia ricercatezza, in lui non bisogna rico- 
noscere nemmeno l'ammaliante semplicità della favola 
•esopiana. 

E che ciò sia vero basta far qualche breve con- 
fronto, dal quale emerge facilmente che Babrio si sco- 
sta da Esopo per modificazioni o aggiunte particolarità, 
le quali rendono bensi la favola più determinata, ma 
meno semplice e popolare. La favola « la capra e il 
capraio» (2) ne porge chiaro esempio: più breve e sin 
•dalla prima parola tutta intesa a correre direttamente 
allo scopo in Esopo, è troppo particolareggiata e am- 
manierata non poco in Babrio. Dice costui che era già 
l'ora di tornare all'ovile e, mentre tutto il gregge si 
affrettava, una sola capra se ne stava tranquilla a 



(1) De La Motte, Faòles nouvelles, Paris, 1719: Discour sor la Fa- 
Me, p. XVII e segg. 

(2) B 3, H 17. 



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- 110 - 



pascolare del vinco e del lentischio in un burrone. È 
questo il motivo per cui il capraio scaglia una pietra^ 
onde è rotto un corno alla capra; si avvede allora dei 
male il pastore, e, affinchè al severo padrone nulla si 
dica, ecco una viva supplica di scusa, propria di chi 
si pente di commesso fallo e ne teme condegna pena: 
« no, o capra compagna di schiavitù, in nome di Pane 
« che veglia su 9 boschi, ti scongiuro, al padrone, o ca- 
« pra, non denunziarmi; mio malgrado, scagliata la 
« pietra, colpii bene nel segno »: (1) E così Babrio mira 
di giustificare ogni movimento e ogni azione degli at- 
tori delle sue favole. 

Alle quali, a differenza delle esopiane,non fa seguire 
quasi mai epimiti. Egli, troppo rigoroso, siccome è pro- 
prio della favola nascondere la verità sotto l'allegoria, 
cosi, salvo che non la faccia dire da qualcheduno degli 
attori, non vuole che in principio o in fine sia espressa 
la morale: secondo lui questa deve spontanea sgorgare 
dallo spirito dell'istessa favola e dev'esser a tutti di facile 
intelligenza. Ma se di dolce piacere è penetrare da se 
stesso il senso della favola, ciò non si ottiene se, come 
Branco, piccolo è il lettore, cui si può riuscire som- 
mamente utili, oltre che dolci, solo allorquando gli si 
fa apprendere senza fatica la verità nascosta nell'al- 
legoria. Questo fece il favolista latino. 



(1) B 3, 6 e seg. 




— Ili - 



b) - Rapporto delle favole di Babrio 
con quelle di Fedro 



Fedro, mettendo in pratica il noto precetto del 
Venosino (l), volle, quasi per riuscire facilissimo a 
qualsiasi classe di persone, alla giocondità unire V u- 
tile, e però alle sue favole, esopiche e non di Esopo 
(2), non fa mancare mai la moralità, sebbene questa 
poi, bisogna confessare, non sia veramente necessaria 
perchè l'utile possa unirsi al dolce; ma nelPadoperarla 
egli non tiene una regola fissa, tanto è vero che ora 
la fa seguire all'apologo ora la premette (3). E come 
se ciò fosse poco, non ancora interamente contento, 
siccome la morale alla favola, Fedro ad ogni libro non 
fa mancare il prologo e spesso nemmeno l'epilogo. Per- 
tanto i suoi cinque libri di favole, chè tanti ne scrisse 



(1) Orazio, Epist. ad Pis., 343 e seg.: 

Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, 
Lectorem delectando parilerque monendo. 

(2) Fedro, Prol. IV, 11: 

Quas (id, fabulas) Aesopias, non Aesopi, nomino, 
Quia etc. 

(3) Varie sono le opinioni dei critici in riguardo ai promiti ed epimiti 
-di Fedro. È certo che, se pure si tolgono tutti, nulla di male si apporta alle 
favole. Luciano Mùller, De Phaedri et Aviani fabulis, Lips., 1875, p. 7, 
: salvo pochissimi, li dice tutti di Fedro, 





/ 



- 112 — 



e non più al dir d'Aviano (1), sono condotti, si potreb- 
be dire, siccome le favole athoe di Babrio, le quali r 
in ordine alfabetico, ci si sono tramandate divise in due 
parti, precedute ciascuna da un proemio. Dal che del re- 
sto non si deve inferire che Babrio avesse imitato Fe- 
dro, imperocché, come si disse, il suo secondo proemio, il 
quale per giunta trovasi al suo posto alfabetico, forse 
fu scritto per esseré premesso alla seconda edizione 
delle favole. È certo poi, ch'egli, pur avendo probabil- 
mente comune la fonte con Fedro (2), non conobbe 
questo poeta latino. t 

E che i due poeti abbiano avuto una fonte comune 
lo si vede anzitutto dal numero non piccolo di favole 
che nell'uno e nell'altro rivelano ad un tempo la fonte 
esopiana. Fedro poi, assai più che Babrio, tratto sog- 
getti del tutto nuovi e di suo propria invenzione e con 
un fare proprio da maestro. Ciò dimostrano le favole 
che di favole han solo il nome, imperocché non rac- 
contano che fatti storici avvenuti al tempo del poeta 
e prima, e desunti dalla vita stessa di lui o da quella 
di personaggi storici: Socrate, Demetrio Falereo, Tiberio 
ed altri. Cosi Fedro, per il quale la storia divenne al- 
legoria, e un fatto reale si mutò in favola e diè moti- 
vo a dimostrare una verità morale, si differenzia da 
Babrio che, al par di Esopo, per correggere e ripren- 
dere i costumi degli uomini, trasse le sue favole sol- 
tanto o dalla vita imaginaria degli uomini o dalla mi- 



(1) Aviano, EpisU ad Theodosium, dice: uQuas ( fabula») 
repetens . . . . Phaedrus etiam pattern aliquam quinque in libello* resolvit ». 

(2) Werner, Quaest. babr., p. 11. 




- 113 - 



tologia o dalla vita delle bestie e delle piante. Anche 
le moralità in Fedro non sempre si attengono alla pro- 
prietà degli epimiti di Esopo; delle volte esse son trop- 
po vaghe e punto fluenti dall'allegoria. 

Questa spesso, cosa che non si nota in Babrio^. 
nasconde un fine politico, avverso a nemica tirannide, 
motivo per cui Fedro ebbe a soffrire molti pericoli e 
persecuzioni (1), che sol nella quiete della solitudine 
e de' diletti studi permisero un conforto all'animo suo 
travagliato dalla tristizia de' tempi. 

Egli, innamorato della gloria e bramoso d'immor- 
talità sì da voler essere l'Esopo della sua patria adot- 
tiva (2), non scrisse le favole per il fine primo ed ul- 
timo di giovare agli uomini educandone il cuore, ma 
sibbene per utile della propria rinomanza, per la quale 
anche la morte avrebbe incontrata (3); assai diverso di 
Babrio egli non parla dolce e amabile a giovani sco- 
lari, ma franco e amaro a viziosi potenti. Forse per 



(1) Fedro, Pro]. Ili, 41 e segg.: 

Quod si accusator alias Sciano foret, 
Si testis alius, index alius denique, 
Dignum faterei* esse me tantis malis, 
Nec his dolorem delenirem remediis. 

(2) Fedro, Pro], III, 52 e segg.: 

Si Phryx Aesopus potuti, si Anacharsis Scytha 
Aeternam famam condere ingenio suo: 



Ergo hinc abesto livor, ne frustra gemas, 
Quoniam sollemnis mihi debetur gloria. 

(3) Fedro, III, fav. 9, 3: 

Cuius non fugio mortem, si famam adsequar. 



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e 



— 114 - 



questo la sua speranza fu delusa per molti secoli: per- 
seguitato vivo, fu dimenticato morto, e di lui e delle 
sue favole, oltre Aviano, appena lasciò un meschinis- 
simo cenno l'epigrammatico Marziale (1). Poi profondo 
silenzio. 

E qui ben concorrono i due favolisti, latino e greco, 
i quali, seguendo la stessa fortuna, solo nel secolo pas- 
sato ritornarono in vita dopo essere stati ridotti nel- 
l'età di mezzo a irriconoscibile prosa e Babrio inoltre 
a laconici tetrastici. Se non che Fedro, più ardito di 
Babrio, alcuni secoli prima di questo avea tentato ri- 
vendicare la sua fama con V « Epitome Fàbellarum 
Aesopi, Avieni et Phaedri » di Nicolò Perotti, erudito 
del sec. XV ed arcivescovo di Manfredonia. Costui, 
nella sua antologia, oltre le favole di altri autori e 
quelle comunemente attribuite a Fedro, comprese 32 
fabulae novae, che in appendice aggiunse alle prime e 
della autenticità delle quali, a favore del liberto di 
Augusto, sembra alfine non potersi dubitare, dappoiché 
esse son simili alle altre di Fedro come un uovo è si- 
mile ad un altro uovo e il latte al latte (2). Pure con 
YEpitome nulla di preciso potè allora determinarsi. Fu 
Pietro Pithou, filologo francese, colui che chiarì la co- 
sa, pubblicando nel 1596, da un manoscritto del sec. 
X, V Editto princeps ( Augustobonae Tricassium, 1596 ) 



(1) Marziale, Epigr. Ili, 20, 5: 

An aemulatur improbi iocos Phaedri t 

(2) Così L. MDllek nella prefazione alla sua edizione di Fedro, Lips., 
Tenb., 1767, p. VI, e neUa dissertazione « De Phaedri et Aviani fabu* 
lis », Lips., Teab., 1875, p. 13. 




in cinque libri, oltre le fàbulae nome. Ma la sua morte 
e il susseguente smarrimento del codice, da lui posse- 
duto, fecero a taluni per lungo tempo credere siccome 
Perottine le favole proprie di Fedro e ciò finché col 
rinvenimento del codice Pithoeanus, assai simigliante 
al codice Remensis (l), Giulio Berger De Xivrey non 
raffermò vigorosamente nell'anno 1830 la loro genuina 
origine (2). Cosi solamente A3 anni prima di Babrio, e 
però quasi a questo contemporaneamente, il gentile 
Fedro potè da coraggioso e sicuro menar giusto vanto 
di sé e dare alfine per suo ciò che da tempo gli si 
era contrastato e negato ancora. Una sorte comune 
pertanto si ebbero i mitiambisti greco e latino. 

Ma non in questo solo essi procedono assieme. Non 
ornati del tutto del genio di Esopo i due poeti sono più 
scrittori che filosofi, più riflessivi che ricchi d'immagi- 
nazione; in loro è lo studio, non la natura, che li fa favo- 
listi. La loro morale è talvolta lubrica, ma assai più nel 
poeta latino; i loro animali, riguardati ne' caratteri ge- 
nerali, non sono descritti ma accennati soltanto; il loro 
verso, di carattere giambico, è il trimetro ipponatteo in 
Babrio, in Fedro il trimetro giambico secondo i vecchi 
poeti scenici romani e forse secondo il mimografo Siro (3): 



(1) H codice Remensis fu trovato nel 1608 dal Sirmond nell'abbazia 
di Saint-Remi in Francia e perì poi nell'incendio di quell'abbazia l'anno 
1774. Tanto il codice Remensis quanto il Pithoeanus, opera del sec. X, 
pare provengano da un comune archetipo» 

(2) H codice Pithoeanus, riprodotto fedelmente coi tipi del Didot, 
Parigi, 1830, trovasi al presente in una biblioteca privata di Parigi 

(3) Caratteristica del trimetro giambico di Siro è l'uso dello spon- 
deo e dell'anapesto nelle sedi pari, tranne nell'ultima. 



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- 116 - 



il trimetro di Fedro talvolta riprende V originaria 
sferza archilochea. Vergini di servo encomio (1), en- 
trambi, in modo elegante e semplice, manifestano sotto 
il velo della favola la verità; un po' più diffusi di Eso- 
po fanno frequente uso di epiteti e di descrizioni, e, per 
tal modo ornati, più graziosi riescono a tutti. Se non che 
Babrio in dolcezza eleganza semplicità e nelle descrizio- 
ni supera Fedro, siccome anche il supera nell'uso de' par- 
ticolari, che rendono più naturale la piccola narrazione. 

Non so infatti darmi a credere come mai il cane, 
<*he col pezzo di carne in bocca attraversa il fiume (2), 
possa vedere nello specchio delle acque V immagine 
sua. Invero al muoversi dell'animale la limpidezza del- 
l'acqua deve necessariamente finire per intorbidamento, 
3 però non può riflettere alcuna immagine. Fedro per- 
tanto, che segue Esopo, fa a torto vedere al cane l'im- 
magine. È più vicino a verità Babrio, che fa camminare 
il cane lunghesso la sponda del fiume e da qui il fa 
tuffare nelle acque per rapire ad altri ciò che gli è 
cagione di perdere il proprio. — Quanto, non più ele- 
gante la favola di Babrio « la volpe e l'uva », che in 
Fedro è quasi la traduzione dell'esopea ? (3). — In Fe- 
dro la rana, che vuol diventar grossa siccome il bove 
è presa da invidia e per invidia crepa; in Babrio, più na- 
turale, il rospo gonfia quasi per vendicare il figlio ucciso 
e per amore dei rimanenti figli cessa di ripetere il perico- 
loso tentativo (4). — Piena di propri e graziosi epiteti, che 



(1) Almeno in Babrio nulla si trova che il mostri adulatóre. 

(2) B 79; H 233; F I, 4. 

(3) B 19; H 33; F IV, 3. 

(4) B 28; F I, 24. 




-costringono il lettore a rileggerla, è la favola babriana 
•del cervo lodatore delle sue ramose corna: queste son 
alte e i cani son giovani e dall'odorato fine, caldo è 
il giorno, lo stagno tranquillo, grande la pianura, il bo- 
sco folto. Fedro non ha nulla di questo: egli è semplice 
e breve come Esopo, ma il suo cervo come in Babrio 
non è inseguito dal leone, ma dagli anelanti cacciatori 
(1). — Bellissima oltre ogni dire è la favola di Fedro 
«il lupo e l'agnello», una delle più perfette del poeta 
latino e che da sola basterebbe a dimostrare il valore 
di lui. Ad essa si convengono appunto tutte le lodi 
che il Vannucci fa di Fedro: lucida brevità (2), parca 
eleganza, proprietà, delicatezza di gusto, tutte le virtù 
della lingua e dello stile, composizione perfetta, appli- 
cazione giustissima (3), ed io aggiungerei, per questa 
favola, descrizione mirabilmente breve, vivezza di dia- 
logo. La corrispondente di Babrio, sebbene sia condotta 
sulla falsariga dell'esopiana, pure non cede in bellezza 
alla latina, specialmente perchè si riduce ad un dia- 
logo breve, scultorio e si felicemente riuscito da com- 
prendere in un sol verso ciascuna domanda del lupo 
e in un sol verso la relativa risposta dell'agnello; 
la fine poi è veramente dramatica e ciascuno coll'a- 
. nimo sospeso, senza che il poeta V accenni, vede da 
per se stesso la tragica morte dell' agnello. Si con- 
frontino perciò le due favole. 



(1) B 43; H 128; F I, 12. 

(2) La brevità di Fedro nel primo libro è più felice che negli ai- 
tiri libri. 

(3) Vannucci, Studi storici ecc., p. 339. 



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- 118 - 



Auxo; xotl 'Apvò; 7rg7rXavir> t uivo; (B 89) Lupus et Agnus (F 1,1) 

Auxoc ttot' 4pva weicXavirjp.£vov woi- Ad rivum eundem lupus et agnus- 

. fxvms venerant 
I8àv pfy [*iv oùx l7TT)XSev àp-rrà^wv, Siti compulsi; superior stabat lupus 
lyck-fì^a 8' iyxpK eùirpó<xa>ir<N efrn- Longeque inferior agnus. Tunc fauce 

tu. improba- 
« <tu rot jxe irspu<Tt jxtxpò; èpXaacpy» - Latro ine itatus iurgii causam in- 
jx«t;. > tulit* 
« ifw ae wépuaiv, o; ( 7' ) Iw' ero; Cur, inquit, turbulentam fecisti 
IfewinSYiv; » mihi 
< ouxouv <rù -nta ipoupav rv ey.w Aquam bibenti? Laniger contra ti- 
xetpei;; » mens: 
« ou7rcD ti yXwpòv e^a-yov, où5' ipo- Qui possum, quaeso, facere, quod 
axyiSTiv. » quereris, lupe ? 

§ où5' Spot TTYj-p; èxiréirwxa; 3; ttivo); > A te decurrit ad meos haustus liquor.. 
« ^.e^ódxei f/iypt ^uv p.t piTpwin. » Repulsus ille veritatis viribus: 
tot8 tòv &pva croXXa^Ptov te xat Ante hos sex menses male, ait». 

Tpwfwv dixisti mihi. 

« àXX' oùx àSetwviv > «Twe « tòv Xuxov Respondit agnus: Equidem natus- 
XrotiQ, non eram. 

xàv eù^epa»; u.ou iraarav aiTiYiv Xu- Pater hercle tuus ibi, inquit, male 
<n?«. » (1). dixit mihi 

Atque ita correptum lacerat iniusta 

nece. 

Haec propter illos scripta est 
homines fabula. 
Qui fictis causis innocentes oppri* 
munt. 

Cosi adunque Babrio e Fedro, benché scrittori in 
lingua diversa, seppero arricchire la rispettiva lette- 
ratura di squisita poesia, e, pur umile essendo il ge- 
nere letterario da loro scelto, v' impressero orma im- 



(1) H 274. 



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- 119 - 



mortale. Fedro rispetto ad Esopo (cui nelP imitazione 
spesso è inferiore) elegante e descrittivo, cede vo- 
lentieri il campo innanzi a Babrio, la cui perfetta ar- 
monia dei versi unita a leggiadria lusinghiera non per- 
mette che gli si paragoni alcuno dei favolisti che in 
Grecia o in Roma fiorirono dopo di lui. 



In uno studio su Babrio è bene si accenni al fa- 
volista Aviano o Avieno o altrimenti, come da taluni 
si appella (1), perchè le sue favole furono nel medio 
evo estesamente lette nelle scuole assieme con le ele- 
gie di Massimiano e le opere di altri scrittori degli 
ultimi secoli dell'impero. Dopo il medio evo però dette 
favole, che perchè del periodo della decadenza ne ri- 
sentono i difetti e però non sono di grande valore 
letterario, caddero in dimenticanza sino a quasi la metà 
del secolo scorso: ridivennero soggetto di studi, e sta- 
volta non nelle scuole ma nel mondo filologico, sol 
quando si scoprirono i mitiambi di Babrio, coi quali 
le favole di Aviano mostrano all'evidenza trovarsi in 
intima relazione. Aviano infatti non è originale e le 
sue favole non sono che una versione elegiaca delle 
favole di Babrio; versione/ se si vuole, interessante co- 



ti) Ellis, Avianus, Proleg., p. XI e segg. 



^-Rapporto delle favole di Babrio 
con quelle di Aviano 




— 120 — 



me contenente forse alcune favole babriane perdute, e* 
sufficientemente buona come monumento di latino nel 
quarto e quinto secolo, benché discrepanti siano i pa- 
reri sulla dizione di Aviano, dicendola alcuni elegante 
lepida degna di compararsi coi migliori, altri rozza 
fanciullesca propria di un rusticissimo cantastorie buo- 
ni» a far sprecare tempo e pensiero (1). E che Aviano 
sia ruvido aspro e spesso difficile non fa meraviglia,, 
se per un momento si riflette al gusto depravato dei 
tempi, ostili alle lettere, onde anche le cose più sem- 
plici dovevano esprimersi in forma barbara e intrigata;, 
se si considera la scelta del metro elegiaco (2), adatto 
assai poco alla materia della favola; e si riguardano 
infine le parole stesse di Aviano, Epst. ad Theodosium: 
« quas ( fabulas ) rudi latinitate compositas elegis sum 
« explicare conatus. ». 

Non ostante tali difetti pure Aviano, prima della 
scoperta delle favole di Fedro fatta dal Pithou e di 
quelle di Babrio fatta dal Minas, si ebbe sempre mag- 
gior fortuna dei due sunnominati poeti, come attestano* 
i numerosi manoscritti che esistono in ogni parte d'Eu- 
ropa e che spesso sono accompagnati da scolii di va- 
ria estensione e bontà. Di questi manoscritti il più 
antico, ma senza nome (3), è tra quelli di Leida, che- 



(1) Ellis, Avianus, Proleg., p. XXVIII e segg. 

(2) Come attesta Diogene Laerzio, che ce ne conserva un distico, 
Aviano fu preceduto da Socrate nel volgere le favole esopiche in metro 
elegiaco. Cfr. Moller, De Phaedri et Aviani fabulis, p. 33. 

(3) E così descritto dal Bahrens: Voss. L. Q, 86 t saec. IXestLachr- 
marni anliquissimus. 




- 121 - 



dal Bàhrens fu giudicato del IX sec. e insieme con. 
altri collazionato per la sua edizione de' « Poeti Lati- 
ni Minores ». Il migliore però, che pare non posteriore 
al X sec. e trovasi con altri due nella Biblioteca Na- 
zionale di Parigi (1), servi assiem con questi nel 1862 
al Frohner per la sua edizione di Aviano, la quale da 
noi può giustamente tenersi per la prima e vera edi- 
zione critica del testo. Altri importanti manoscritti si 
trovano in Oxford, Cambridge, nel Museo Britannico, 
nella Biblioteca Laurenziana, nella Biblioteca Vaticana 
ed altrove, gran parte de' quali, adoperati con gran- 
dissimo e sano giudizio dall'Ellis, permisero a costui 
di pubblicare nel 1887 un'edizione delle favole, che al 
presente si può considerare come la pili completa, es- 
sendo provvista di prolegomeni sali* età, prosodia, di- 
zione, sintassi e su' manoscritti del poeta, e inoltre di 
un diligente apparato critico e di un copioso e dotto 
commentario (2). 

Cosi con soddisfazione possono oramai leggersi e 
per questo è possibile gustarsi le 42 favole di Aviano, 
chè tante egli ne compose, nè più né meno: ciò è da 
lui stesso attestato nella lettera citata, che fa da proe- 
mio al suo piccolo lavoro. Le favole tutte, già si è 
accennato, hanno per originale Babrio, conosciutissimo, 
come si è visto, negli ultimi secoli dell' antichità, e 
oltremodo prediletto da Aviano, il quale il ricorda 



(1) 1 tre codici parigini di Aviano sono: A = 8093, C = 5570* 
P = 13206. Il codice C all'ElUs, alla cai sentenza io mi sono attenuto» 

sembra il migliore. 

(2) Ellis Robinson, The Fables of Avianus, Oxford, 1887. 




- 122 - 



anche prima di Fedro nella più volte ricordata lette- 
ra: « Quas (fabulas) Graecis iambis Babrius repeiens 
« in duo vólumìna coartami y Phaedrus etiam partem ali- 
« quam quinque in libeltos resolvit. De his ego ad quadra- 
« ginta et duas in unum redactas fabulas dedi». Di que- 
ste 42 favole soltanto quattro non hanno riscontro in 
alcuna collezione esopiana nè in Babrio (1), il che con- 
corre ad affermare sempre più, e giustamente, che i 
mitiambi scoperti insieme con le parafrasi de' mitiambi 
perduti non diano ancora il numero completo di tutte 
le favole di Babrio. Di queste forse ne mancano ancora 
molte, tra le quali quelle cui si riferiscono le quattro 
mentovate di Aviano. Delle altre si ha il riscontro o 
ne' mitiambi o nelle supposte parafrasi de' mitiambi 
non ancora scoperti. Si è per questo che Aviano ha 
preso molto dal favolista greco, cui invano si è voluto 
avvicinare. È vero infatti ch'egli di quando in quando 
riferisce inediocramente qualche cosa in graziosi versi, 
che le sue favole, come dice TEllis, son sature di ver- 
ginialismi (2) e la lingua qua e là elaborata non po- 
co, pure lo Schenkl non vi trova alcuna delle grazie 
scherzevoli del modello greco (3), e per soavità egli è 
anolto da questo superato ed è inferiore di gran lunga 
a Fedro, il quale pur esso assai sovente è superato 



(1) Queste sono: XXII De cupido et invido, XXV De puero et fure, 
XXVIII De mitico et iuvenco, XXX Vili De pisce et phoecide. 

(2) Ellis, Avianm Proleg., p. XIII. Cfr. inoltre i suoi eruditi com- 
menti alle favole, da' quali si rilevano spesse reminiscenze, oltre di Ver- 
gilio, anche di altri poeti latini, Lucrezio, Catullo, Orazio, Properzio, 
Ovidio, Lucano ed altri dell'età dell'oro, dell'argento e della decadenza. 

(3) Ellis, Av., Prol, p. XXX. 




— 123 - 



dal poeta greco. Insomma l'elegie di Aviano, conside- 
rate nell'insieme, lasciano un'impressione di correttez- 
za, guasta dall' influenza de' tempi corrotti, il che è 
dimostrato più che altro dalla presenza evidente di 
due stili distinti, eppure uniti, nella stessa favola. Tu 
vi vedi infatti ad un tempo il tono poetico, classica- 
mente artistico, manierato, accanto al tono rilasciato, 
strano, rozzamente popolare; per l'urto di questi due 
stili in noi si produce un brutto effetto, e però, anche 
senza volerlo, ciascuno sente il bisogno di dichiarare 
Aviano molto al disotto di Babrio. 

Poeta F uno e poeta F altro, questi due scrittori 
composero le loro favole per educare giovani cuori; 
per questo, se in Babrio si nota qualche parola 
men che castigata e qualche favoletta men che mora- 
le, in Aviano nulla di ciò. Questi addirittura si astiene 
da ogni oscenità e solo pensa a dilettare gli animi,, 
esercitare gl'ingegni, alleviare i travagli e dar regole 
per ben vivere, facendo parlare gli alberi tra loro r 
gemere le fiere con gli uomini, disputare gli uccelli, 
ridere gli animali (l). E, per riuscire anche facile la 
moralità ai giovani, non mancano in lui gli epimiti r 
sostituiti talvolta da prorniti. Se non che, come in Ba- 
brio e in Fedro così anche in Aviano, essi da taluni 
sono tutti giudicati spuri, dal quale assolutismo biso- 
gna recedere, imperocché, se tali si possono stimare i 



(1) Aviano, Epis\ ad Theod.: « Habes ergo opus quoanimum obtec- 
« tes, ingenium exerceas, sollicitudinem leves, totumque vivendi ordinem cau- 
ti tus agnoscas. Loqui vero arbores, feras, cum kominibus gemere, verbi» 
u eertare volucres, ammalia ridere fecimus ... ». 




/ 



- 124 - 



jpromiti e gli epimiti, che non si rinvengono ne' più 
antichi e più pregiati manoscritti, gli altri, quasi in 
nulla differenti dai versi di Aviano, si devono credere 
genuini. 

Aviano parafrasò Babrio e talora fedelmente il 
tradusse, sebbene sempre col suo latino e col costrin- 
gerlo alle esigenze del metro elegiaco. Per ciò vedere 
basta essere un po' pratico de' due autori; allora si 
osservano non solo parole ma emistichi e interi versi 
itradotti. Nella fav. 16 di Babrio, v. 9, si legge: 



Ivi stesso, un po' più innanzi, alla frase babriana 
vb&pouq èfoufoiv TOxpeàpeiiras si fa corrispondere irrita vo- 
ta gerens. Nella favola 30, 4 Babrio dice: 



«e Aviano XXIII, 5, sorvolando al riso e all' acume 
Fabriano: 




-e in Aviano 1, 9: 



u Cur, inquit, nullam referens de more rapinam, 
.... sic trahis ? » 




« Alter adoratìs ut ferrei immina templis; » 



-cosi Bab. 64, 7 e segg.: 




xac rato 7TcXux(ù^ twv àe& as Tsavóvrwv, 
Potrò; *Y8^sa2yat xat <xù aaXXov atprayj. » 



-6 Av. XIX, 13 e seg.: 



u Sed curri pulchra minax succidet membra securis, 
Quam velles spinas tunc habuisse meas. » 



Inoltre (Bab. 6, 7 e seg.) 



- è tradotto ( Av. XX, 7 e seg. ) 



« Nunc me saxosis genitrix fecunda sub antris 
Fudit etc. »; 



. e cosi SavSov tò Hpo$ (88, 6 ) flava seges ( XXI, 2 );. 
(xauTov ^a>pov ovra (120, 8 ) pallida caeruleus cui notat 
ora color (VI, 12); ecc. 

Ma ciò che si è detto de' versi si può anche af- 
fermare, con le debite esigenze metriche, di parti in- 
tere di favole (1), le quali parti, anziché perifrasi, 
potrebbero dirsi piuttosto vere versioni. Nella favola 
poi « la quercia e le canne » si scorgono benissimo 
i due autori, il modello e l'imitatore; dell'uno i versi e 
la fluida e semplice vena, dell'altro i difetti e lo sforzo 

. grande dell'artificio nel volere a qualsiasi costo toccare 



(1) Cfr. B 64, 91, 120, ecc. e A XIX, XIII, VI, ecc. 




- 126 - 



una meta, alla quale non fu 
perciò le due favole: 

KàXaaoi xaì Ap% (B 36) 
Apuv aÙToptCov aveuo; opou; àpa; 

irsXuptov cpuT-uu-a twv xpw àvSpw ttw*. 
•rco^ù; Si xàXaao; éfcaTspwSg'* slarriicst 
sXacppò; o'/Syj; TroTauin; uSwp frtvwv. 
accado; 6i TTN 8puv st/.s, xw; ó piv Xtirr* 
Xsxto; t* t<ì>v )cat {for^/pà; oùx. s^sr- 

7T>.yiaaou. 

aù ui^ aa7.oa«'v7i rat; 7r*oa?; iNuutav);, 
xiv patàv rawv avsas; &xpa xmia^. » 



. dato pervenire. Si leggano 

De Quercu et Harundine (A XVI) 

Montibus e summis radicitus eruta 
quercus 

Decidit insani turbine vieta noti. 
Quam tumidis subter decurrens al- 
veus undis 

Suscipitetfìm io precipitante rapit 
Verum ubi diversis inpellitur ar- 
dua ripis, 

In fragiles calaincs grande residit 
onus. 

Tunc sic exiguo conectens caespite 
ramos 

Miratur liquidis quod stet harundo 
vadis. 

Se quoque tam vasto rectam non 
sistere trunco, 
Ast illam tenui cortice ferre rninas. 
Stridula mox blando vespondens 
canna susurro 
Seque magis tutam debilitate docet. 
« Tu rapidos, » inquit, a ventos 
saevasque procellas 
Despicis et totis viribus acta ruis. 
Ast ego surgentes paulatim demo- 
ror austros,, 
Et quam vis levibus provida cede» 
notis. 

In tua praeruptus se funditrobora 
nimbus, 

Motibus aura meis ludificata perita 



Dal confronto di queste due favole ecco subito no- 



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— 127 — 



tarsi la fatica dell'imitatore, che per farsi bello ele- 
fante e maestoso arriva a far un uso stucchevole e 
troppo manierato dell'aggettivo, come se l'uso appun- 
to di questa parte del discorso fosse la cosa più facile 
di questo mondo, e da tutti non si mostrassero a dito 
i fortunati, che tal uso conobbero a perfezione. Omero 
tra' Greci, Orazio tra' Latini, Parini tra' nostri si di- 
cono eccellenti, oltre che per le altre letterarie virtù, 
anche per l'uso mirabile dell'aggettivo. Aviano per- 
tanto in questa favola di 29 sostantivi soltanto cinque 
ne adopera senza attributo*. L'originale, invero dolce- 
mente descrittivo ma semplice sempre, riesce molto 
più soave e gradito. 

Né più felice è Aviano nelle favole in cui si al- 
lontana da Babrio. Se più animato infatti è il suo dia- 
logo tra il cane grasso e l'affamato leone, l'aver cam- 
biato però nella favola il lupo babriano, anzi esopeo, 
col biondo abitator della foresta ha tolto molto di bel- 
lo alla natura; si vede che Aviano non è troppo ami- 
co degli animali, siccome lo è il frigio favolista, e che 
ne sconosce quindi gl'istinti e le abitudini, gli scherzi 
e i patimenti. 11 lupo e il cane sono parenti, anzi del- 
la stessa famiglia sì da esservi piccola differenza tra 
il lupo e il grosso cane da pastore. Nessuna difficoltà 
adunque trova l'animo nostro nell 'ammettere che il 
lupo, dimentico per poco de' boschi, per godersela ci 
si mostra pronto a far la guardia della casa; non tra- 
lascia però la natura di lupo, imperocché, al sempli- 
cissimo pensiero di dover vendere la dolce libertà, ri- 
prende subito il suo istinto selvaggio e di libero pa- 
drone delle selve, e fiero disprezza il felice avvenire. 
-Ciò riesce duro applicare al re degli animali, per noi 




— 128 — 



simbolo di spaventosa forza e il cui terribile ruggito r 
simile al rombo del tuono, incute terrore al solo pen- 
sarlo: nessuno invero si avvicinerebbe alla dimora dt 
quell'uomo la cui casa sarebbe custodita da un leone. 
Assai più gaio invece e naturale riesce Fedro nella fa- 
vola simile, veramente bellissima e superiore alla ba- 
briana (1). 

Se si considera infine in Aviano l'uso dei partico- 
lari, da lui talora cambiati e tal'altra soppressi, facile 
si deduce che la sua favol^ allontanandosi dal vero e 
da Babrio, cede di molto in pregi e bellezza in con- 
fronto della corrispondente coliambica. Il toro babria- 
no, morso due volte dal temerario topo, mostra seconda 
natura il suo graduale infuriarsi per il ripetersi delle 
offese e il non potersi vendicare; monca pertanto ri- 
sulta la simigliante favola di Aviano, il cui toro una 
sola volta è offeso dal topo che, postosi in sicuro nei 
noti buchi, inasprisce poi con parole pungenti 1' infu- 
riato toro. Assai mirabile in questo, perchè più splen- 
dido ed ornato, pieno di arguzie e poetici colori, emi- 
nentemente descrittivo e superiore quindi al latino e 
al greco poeta, riesce il francese La Fontaine, il quale, 
per riuscire l'antitesi più perfetta, invece del toro er 
del topo sceglie il leone e il moscherino, l'uno il più 
forte degli animali l'altro un vile insetto, vero escre- 
mento della terra. Offeso dal superbo leone, il mosche- 
rino apre immantinente la campagna e lo rende ter- 
ribilmente furioso col pungerlo per ogni dove e fin 
dentro le narici. Furibondo è il leone da non poterne 



(1) B 100; A XXXVII; F HI, 7. 




— 129 — 



più, se. la ride invece il moscherino che, mentre glo- 
rioso annunzia dovunque Ja vittoria, cade nelP imbo- 
scata di un ragno e cosi, vincitore di maggiori peri- 
coli, perisce al più piccolo incidente (1). 

Aviano adunque sotto ogni rispetto è molto lungi 
dal suo splendido modello, Babrio, il quale, migliore 
anche dell'Esopo latino, è degno non di silenzio e non- 
curanza ma degli studi amorosi degl'intelligenti figli 
del bell'italo regno, siccome i grandi scrittori dell'el- 
lenica favella. 



(1) B 112; A XXXII: La Font., II, 9. 



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QUADRO SINOTTICO 

delle favole di Babrio (ed. Crusius), Esopo (ed. ffalm), Fedro (ed. Miiller} 
ed Ariano (ed. Ellis). 



Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


jBabrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


1 


403 




17 


16 


275 




ì 


2 


91(1) 




• • • ! 


17 


15 


4,2 




3 


17 


App. 22 




18 


82 




4 


>4 


26 




... ! 


19 


33 


4,3 




5 


21 




... | 


20 


81 




32 


! 6 

i 


28 




20 


21 


80 






7 


177 






22 


56 


2,2 




8 


68 




. . . 


: 23 


83 






! 9 


27 




... 


24 


77 


1,6 




10 


73 




... 


25 


237 






1 1 

1 1 1 


01 








vo 






1 12 


10 






\ 27 


89 


1,22 




13 


100 






! 28 


84 


1,24 




14 


69 






29 


174 


App. 19 




15 


50 






| 30 


265 




23 



(1) Cfr. anche 286, 312. 



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— 132 — 



I3j\t)ri o 


Esopo 


Fedro 


Avi ano 


iBabrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


31 


291 


4,0 


... . 


49 


316 




32 


88 




• • • ; 


50 


35 


A PP . 26 




33 


99 




• • • ! 


51 


382 






34 


348 




. . . ! 


52 


79 






35 


3(36 




35 


53 


271 






36 


179 




16 


I 54 


143 






37 


1 13 




36 


55 


104 






38 


116 






: so 


364 




14 


39 


123 






1 57 


141 






40 


181 






58 


132 






41 


388 






59 


155 






42 


62 






I 60 


292 






43 


128 


1,12 




! 6i 


220 






44 


394 




18 


\ 62 


157 






| 45 


12 






63 


161 








lui 






1 fi4 






19 


47 


103 






65 


397 




15 


48 


139 






! 66 


359 


4,10 





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— 133 - 



Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


67 


258 


1,5 




83 


176 


• • • 


•• • ! 


68 


151 


. . . 




84 


235 


3,6 




69 


238 




• • • 


! 85 


267 






70 


162 






1 86 


31 




• • • ! 


71 


94 


. . . 




87 


229 






72 


200 


1,3 




88 


210 




21 


73 


170 






; 89 


247(1) 


1,1 


... ! 


74 


173 


. . . 




; 90 


252 




... | 


75 


168 






91 


396 




13 


76 


178 


. . . 




92 


114 






77 


204 


1,13 




93 


269 . 


. . . 


• • • ' 


78 


208 






! 94 


276 


1,8 


• • • ! 


79 


233 


1,4 




! 95 


243 




30(2)' 


80 


182 






96 


135(3) 






81 


43 






97 


262 




... 


82 


257 






98 


249 







(1) Cfr. B 95, 96-102. 

(2) Cfr. anche 14. 

(3) Cfr. anche 40. 



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— 134 - 



[Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


[Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


99 


245 




... 


116 


54 






100 


278 


3.7 


37 


117 


118 






101 


272 


1,3 


40 


118 


418 






102 


242 


4, 13 


. . . 


119 


66 






103 


246 


• • • 


... 


120 


78 




6 


104 


224 




7 ; 


121 


16 






105 


279 


... 


. , . 


122 


334 






106 


244 


• • • 


... ( 


123 


343 




33 


107 


256 


. • • 




124 


341 






108 


297 


... 


• • • 


125 


338 






109 


187 


... 


3 


126 


314 






110 


227 


• • • 


... 


127 


152 






111 


322 


• • • 


... 


i 128 


317 






112 


299 




31 


! 129 


331 






113 


371 






! 130 








111 


285 






131 


304 






Ilo 


419 




2 


132 


273 




42 



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— 135 — 



Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano j 


Babrio 


Esopo 


Fedro 


Aviano 


133 


324 






138 


356 






134 


344 






139 


336 


1,11 


5 


135 


423 






140 


401. 




34 


136 


349 






141 








137 


8 















♦ 



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BIBLIOGRAFIA 

( edizioni, monografie e principali memorie nelle quali direttamente 
o Indirettamente si parla di Babrio). 



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Batter 
Bentlej R. 

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latine fecit J. Daniel a Lenep, II). 

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— Ciassical Jour., yoI. XXV e XXVIL 

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ministratoris Abeli Villemain viri excell. nunc 
primum editae. Ioh. Fr. Boissonade Litt. Gr. 
Pr. recensnit, latine convertit, annotavit. Pari- 
siis, apud Firmin Didot Fralres, 1844. 

— Babrii Fabulae Iambicae CXXI. Ioh. Fr. Bois- 

sonade recensnit; II ed. novis curis expolita. 
Parisiis, 1844. 




- 138 - 



Cobet 



Concato S. 

Coningto» 
Crusius 0. 



Dareste 

De Furia F. 
Dehéque 
Drogan R. 
Diilmer F. 



Du Méril 
Eberard A. 



Egger 



De arte interpetrandi. 

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( Mnemos. 1858 ) 

• Fraus deprehensa {Mnemos., 1860). 

• Saggio di un testo e commento delle Favole di 

Babrio (la sola favola 85), Bologna, 1884. 

• De pari Bab. fab. secunda (Reinish. Mus., 1861). 

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- Ann. philol. CXXVII. 

- Babrii Fabulae Aesopea e recognovit prolegomeni 

et indicibus instruxit 0. Crusins. Accedunt fa- 
bularum dactylicarum et iambicarum reliquiae, 
Ignatii et aliorum tetrastica iambica recensita 
a C. Fr. Mueller. Lipsiae, 1897. 

- Babrios et la fable grécque ( Révue de Deux 

Mondes, 1846, II). 

- Fabulae Aesopicae, Florentiae, 1809; Lipsiae, 1810. 

- Révue de Bibliographie analytique, -Paris, 1844. 

- De Babrii Mythiambis, Berlin, 1847. 

- Animadversiones criticae de Babrii MuStojxgois, 

Parisiis, 1844. 

- Fables, texte revu par Fr. Dubner, avec notes 

en francais par C. Miiller, Paris, 1845. 

• Poésies inédites précedées d* une histoire de la 

fable Ésopique, Paris, 1854. 

- Observationes babrianae, Berolini, 1865. 

- Verbesserungsvorschlàge zum text des Babrius, 

Berlin, 1866. 

- Babrii Fabulae ex recensione Alfredi Eberard, 

Berolini, 1875. 

- Révue de Bibliographie analytique, Paris, 1814. 




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— 139 - 



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Fix T. 

n 

Gltlbaner M. 

Gntschmld k. 

Halm C. 
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Hermann C. €1. 

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Herrienx L. 

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— Fables de Babrius traduites en francais par E. 

Sommer avec le texte gree en regard revu par 
Th. Fix, Paris, 1847. 

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LXXXVII ). 

— Fabulae Aesopicac, Lipsiae, 1875. 

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— Lea fabulistes latins depuis le siècle d'Auguste 

jusq'à la fin du moyen age, Paris, Didot, 1884. 

— Journal of Hellenic studies, XIIL 

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corrupfis atque interpolatis, Halis, 1870. 

— Untersuchungen iiber die Geschitche der griech. 

fabel {in Jahrb. f. PhiL Suppl., IV), 1882. 

— Babrii Fabulae et fabularum fragmenta. Accedunt 

metricae fabularum Aesopicarum reliquiae, Ha~ 
lae, 1835. 

— Fabularum Babmnarum Paraphrasis Bodleiana 

edidit P. KnoeU, Vindobonae, 1877. 

— Neue fabeln des Babrius, in Sitzungsberichte 



(XCI 2, 1878). 
— Codex Athous, (in Wiener Studien, 1881). 




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Melnek A. — Choliambica Poesis Graecorum, Berlin, 1845. 

Marchiano M. — Le favole esopiche recate in italiano e precedute 
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del poeta, Trani, 1899. 

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Naber — De fab. Aesop. (Mnemos. IV, A. 1876). 

Rauck — BulJetin de TAcademie Impériale de Sciences de 

Si Pétersbourg. 

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- Philol., VI. 

Reyelet — Mythologia Aesopica, 1610. 

Orelll et Batter — Fabulae iambicae CXXIII ex ree. I. Fr. Bois- 
sonadii passi n reficta cum brevi adnotatione 
critica edid. I. C. Orellius et I. F. Baiterus, 
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Piccolos N. — Révue de Philologie, I, Paris, 1845. 

Polyla A« — 'H AÌ(j<d7T8iqs cptXoaocpia 7ràp* ^EXXyjat, ix5o5e7<ra fcaì 

auvaprxoXo-pnSéTaa ùtvò 'Arramou IloXuXa, Mspo; 
A' Tu.rit.OL a' Botata;. KgpJiupa, 1859. 

(1) G. Hermann, Meineke, Haupt, Bckker. 



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- 141 - 



Rossignol 
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Schneider C. E. C. 
Schnelder Saxo LG. 

Schneider 0. 
Selmeidewin F. G. 



Tyrwhitt T. 

Vaimucci A. 

Wagener 

Weil 

Weise C. H. 

Werner J. 
Za hariae T. 



— Révue de Bibliographie analytique, Paris, 1844. 

— Babrins edited with introductory dissertations, 

criticai notes, commentary, and Lexicon byW. 
Gunion Rutherford, London, 1883. 

— Societ. Gott. Nunt., 1860. 

— Fab. Aesop. a F. De Furia collectae, Lipsiae, 1810. 

— Fab. Aesop. e codice Augustano nunc primum 

editae cum Bab. fab. chol., 1812. 

— Jenaer L. -Z. 1845. 

— Gòttingische gelebrte Anzeigen, Jan. 184o, No. 136. 

— Babrii Fabulae Aesopeae, edidit F. G. Schneide- 

win, Lipsiae, 1853. 

— Dissertatio de Babrio Fabularum Aesopearnm 

scriptore. Inseruntur Fabulae quaedam Aesopeae 
numquam antehac editae ex codice MS. Bodleia- 
no. Accedunt Babrii fragni enta. Londini, 1776. 

— Della favola, di Fedro e dei favolisti antichi e 

moderni (pref. aìVediz. di Fedro, Prato, Arri- 
ghetti, 1880). 

— Essai sur les rapports qui existent entre les apo- 

logues de l'Inde et les apologues de la Grece, 
Bruxelles, 1852. 

— Journal des Savants, 1874. 

— Révue des études grecqucs, 1890. 

— MuSriajAgsi. Babrii fabulae Choliambicae cum frag- 

mentis et fabulis aliunde nolis. Cur. Car.Herm. 
Weise, Lipsiae, 1845. 

Quaestiones babrianae, Berolini, 1: 91. 

— De dictione babrians, Lipsiae, 1875. 



me 



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INDICE 



Introduzione Pag. S 

Parte l* — Bàbrio ....... » 8 

a) Nome * 10 

b) Patria «14 

c) Età » 20 

d) Vita » 32 

Parte II. — Favole di Babrio » 37 

a) Divisione » 38 

b) Contenenza » 44 

c) Lingua » 71 

d) Metrica » 84 

Parte III. — Rapporto delle favole di Babrio con le Empia- 
ne e con quelle di Fedro e di Aviano » 102 

a) Rapporto con le favole esopiane . . » ivi 

b) « con quelle di Fedro . . » 111 

c) » con quelle di Aviano . . » 119 

- Quadro sinottico delle Favole di Babrio, Esopo, Fedro ed Aviano » 131 

Bibliografia » 137 



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CORREZIONI 



ì agina 


10, riga 20, fepapos 


leggi- 


fs'pavo; 


n 


17, 




18, risentimenli 


li 


risentimenti 


n 


18, 




ì5, Selencidi 


n 


Selencidi 


n 


19, nota (2), (Ànimadversiones) 


Ti 


Ànimadversiones 


n 


20, 


» 


(2), Brabrii 


Ti 


Baimi 


» 


23, 


Ti 


(1), Ad. Avian., 


n 


Ad Avian., 


» 


27, riga 


1, a scriversi 


n 


ascriversi 


V 


42, nota (2), ma estso 


n 


maestro 


n 


51, 


Ti 


(2), un 


n 


uno 


n 


53, 


riga 18, turberò 


Ti 


burbero 


n 


55, 




1, da 


» 


dal 


tì 


67, 




19, tutta 


Ti 


tutto 


n 


68, 




8, av5pa>7ro; 


71 


òtv3p<i>iro; 


n 


72, 


n 


11, {XOUVOV 


Ti 


uouvov 


n 




» 


26, accanto; a a<?o; (31, 9 


lì 


accanto a aoS; (31, 9); 


n 


76, 


tì 


22, « indugiare » 


Ti 


« indugio » 


n 


81, 


» 


5, ó xtXó; 


Ti 


ò yiXó; 


tì 


96, 


n 


2, Bpa-^g 


n 


Bp*T/* 


n 


105, 


n 


18, ^paXiCouaa 


Ti 




» 


126, 


n 


6, 0CV3pfc> 


Ti 


àv^pcóirwv 


tì 


n 


n 


9. TTV 


Ti 




n 


132, 


num. 38, 116 


Ti 


123 


n 


» 




39, 12cJ 


Ti 


116 



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